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Una giornata particolare…

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Svegliarsi alle dieci in Guatemala è quasi impossibile: i campi di maiz hanno bisogno di attenzioni già diverse ore prima. Eppure a noi è capitato oggi, e pensando alle 24 ore precedenti non suona nemmeno tanto strano. Ci sono giornate che a raccontarle sembrano film, giornate che a raccontarle bene fanno invidia a chi le ascolta e danno sollievo e chi le ha vissute e superate.
Un paio di premesse vanno fatte: chi siamo noi e soprattutto che facevamo là. Noi siamo una delle tante onlus che raccoglie i sogni e la voglia di aiutare dei volontari per costruire un mondo migliore; niente più e niente meno che un’ortganizzazione no-profit che lavora nel cosiddetto sud del mondo. Nello specifico il nostro sud si chiama Congo, l’immenso e poverissimo Congo, e Guatemala, paese ricco di contraddizioni che funge da ponte tra Nord e Sud America, con tutte le conseguenze che ne derivano.
Anche quest’anno il lavoro che abbiamo svolto è stato molto di conoscenza e relazione con la gente, elementi fondamentali per chi lavora in questo mondo e che spesso vengono messi da parte non creando altro che danni. In questi ultimi e piovosi giorni di agosto stiamo lavorando nelle regioni centro-settentrionali di Alta e Baja Verapaz, appoggiando la lotta per i diritti della terra che la UVOC (Union Verapacense de Organizaciones Campesinas) porta avanti da 30 anni per far sì che le comunità locali, a stragrande maggioranza indigena, ottengano quello che gli spetta e che il Governo fortemente influenzato da multinazionali gringhe ed europee nega loro. Ieri era il giorno tanto atteso: la riunione con una delle 360 e passa comunità della Uvoc, riunione che sarebbe stata l’incipit di un lavoro duraturo tra noi, Amka, loro, Uvoc, e la comunità, Doce Aguilas. Ma come diceva il saggio, il buongiorno si vede dal mattino, e così, nel momento in cui Manuela non poteva prendersi il caffè mancando lo zucchero (credetemi, lo zucchero, in questo caffè, è essenziale!) già potevamo farci un’idea di che giornata sarebbe stata. Ovviamente, ciechi nel carpire i segnali che le stelle ci mandano, saliamo su Ernesto, il micro-bus affittato per questo mese di giri, diretti verso l’appuntamento con Carlos Morales, coordinatore della Uvoc, e dei suoi 3 scagnozzi di fiducia, che sarebbero venuti con noi alla comunità. Da questo momento in poi nulla è più andato come doveva…
Alta Verapaz, la regione dove ci troviamo, non solo gode del particolarissimo record di essere abitata dal un 98% abbondante di popolazione indigena maya, ma anche di avere non più di 10 strade asfaltate contro un turbinio di stradine di montagna sterrate e possibilmente costellate di buche e curve pressoché cieche. Ebbene, trovandoci su una di queste, che dovesse accadere qualcosa al nostro micro-bus era solo una questione di “quando” piuttosto che di “se”. Infatti, dopo una manciata di minuti siamo costretti a passare un guado, che come è giusto che sia nascondeva alcuni sassi, uno dei quali impatta con una ruota, costringendoci a fermarci nel bel mezzo della strada. A mezzogiorno il Sole non è particolarmente clemente, tantomeno con un gruppo di italiani allo sbando, ma non avendo altre possibilità ci dividiamo in due gruppi: uno avrebbe proseguito verso la cittadina più vicina per cercare un meccanico da mandare in soccorso del pulmino per poi proseguire il lavoro nella comunità dove eravamo diretti, il secondo avrebbe pazientemente aspettato il suddetto meccanico. Dei temerari attendenti due erano febbricitanti, degli eroici e caparbi stacanovisti solo una.
In Guatemala c’è un proverbio, che più che altro è uno stile di vita: “Hay mas tiempo que vida”, ossia “C’è più tempo che vita”, quindi vivi rilassato. Facendo parte del gruppo da soccorrere faccio mie più che mai quelle parole, sapendo che il meccanico ci avrebbe impieghato dall’una alle N ore. E così un rigagnolo diventa una splendida doccia, alcune decine di metri di strada si trasformano in un mondo inesplorato da visitare, una radice si fa sedia e il gioco è fatto. Il tempo perde di significato, tra l’altro nessuno di noi ha un orologio, il solo indizio che ci aiuta a capire che il tempo stava passando era la secchezza crescente della gola e il rossore sulle spalle.
 
Nel frattempo il pick-up di Carlos con a bordo il resto della ciurma era arrivato a La Tinta, il paesino più vicino. Chiaramente non era pensabile che in quel breve tratto non ci fossero imprevisti, e per l’appunto una frana aveva bloccato la strada per una buona mezz’ora rallentando la manovra di recupero pulmino. Se non altro il meccanico sembra subito molto disponibile e appena capita la situazione sale a bordo del suo scassone grigio-azzurro del ’34 insieme a uno di noi, il cui compito sarebbe stato di mettergli fretta per evitare che la tempistica chapina (leggasi il suddetto proverbio) avesse la meglio sulla fretta tipicamente occidentale che aleggiava nel gruppo. Insieme a loro salgono i figli del meccanico, rispettivamente 16 e 8 anni. In un modo o nell’altro, superando frane e smottamenti vari, il pulmino viene raggiunto in tempi record. Senza porre ulteriori indugi il meccanico prende una brucola e un crick e visita il malconcio Ernesto. Pare che il problema sia proprio quella botta presa nel guado, che avrebbe storto il disco del freno di una ruota rischiando danni ben più gravi di un sibilo fastidioso. Non contento il buon uomo si offre di guidare il pulmino fino alla sua officina per un controllo più accurato affidando il suo pick-up nelle sicure mani del figlio maggiore (se vi state chiedendo a quanti anni si possa guidare in Guatemala, la risposta, chiaramente, è 18!).
Diversi chilometri più in là, l’altra parte della brigada era a caccia di un posto dove mangiare e di un tetto dove passare la notte a lavori conclusi: tornare a Santa Cruz non era il massimo date le 4 ore di viaggio, tanto più che all’indomani sarebbero dovuti tornare a Doce Aguilas.
 
In realtà le ricerche durano relativamente poco: un albergo, o sedicente tale, si trova proprio all’inizio della strada che sale verso la comunità. Tra l’altro costa anche abbastanza poco, 20 Quetzales (2 euro) a persona. Certo, chi di noi lo ha visto giura che non ne valeva nemmeno la metà: un misto tra un centro di accoglienza di frontiera e una trincea improvvisata, un cocktail di lamiera e fango con delle brandine semi-arruginite disposte in ordine sparso nelle stanze. Questo ovviamente non ci scoraggia e Alessandro lascia 100 Quetzales di acconto fermando così 13 letti. Per quanto riguarda il pranzo la location non è molto diversa, semplicemente al posto dei letti c’è un tavolo e al posto del bagno, un piccolo angolo cottura con tanto di bacinella rossa di sangue dove galleggiano pezzi di galline pronti per essere cotti e mangiati, le moche, da par loro, fanno buona guardia al tutto. D’altronde sempre meglio quella gallina che il pollo fritto unto, bisunto e trisunto che l’altra metà del gruppo aveva mangiato a La Tinta mentre il meccanico smontava per la seconda volta il pulmino in cerca di ulteriori danni. Anche quel tavolo, per quanto abbastanza sbilenco, risultava vincente rispetto ai copertoni dell’officina che si erano improvvisati come sedie, tavolo o cuscino.
Adesso, sulla carta, la situazione sarebbe dovuta essere la seguente: il gruppo “meccanico”, recuperato il pulmino pulito e sistemato, avrebbero raggiunto gli altri a Doce Aguilas e insieme avrebbero concluso il lavoro; ma come vi sarete accorti questa non è una di quelle giornate dove le cose seguono un corso logico, e infatti arriva una chiamata da parte di coloro che stavano con Morales nella comunità che dicevano agli altri di aspettarli all’officina poiché le cose non erano andate come dovevano e che stavano quindi riscendendo verso La Tinta per fare dietro front tornando mestamente a Santa Cruz.
 
Non ci rimane che aspettare il loro arrivo per capirci qualcosa in più. Ed ecco spiegato l’arcano: arrivati in comunità, Emiliano, un contadino della comunità che durante la prima visita era sembrato il più interessato alla causa, si presenta alla riunione completaemente ubriaco, svolgendo in modo abbastanza misero il suo ruolo di traduttore improvvisato col resto della comunità al punto che uno degli scagnozzi di Morales più volte lo ha ripreso pregandolo di tradurre bene ciò che veniva detto o chiesto (NB: nella maggior parte delle comunità dell’UVOC i contadini parlano Quet’chi o C’hiché, ma non castigliano!). Tra l’altro, lo stesso Emiliano ha più volte sottolineato come lui sia il capo di Doce Aguilas, concetto assolutamente opposto alla linea UVOC dove invece la giunta direttiva di ogni comunità dovrebbe essere composta da venti persone, ognuna delle quali corrisponde a un nawal maya diverso, dando così contuità all’antichissima tradizione della cosmovisione indigena. In effetti nelle parole del contadino si celava il fatto che il documento di proprietà della comunità fosse stato firmato solamente da lui e da un altro tipo, anziché da tutte le 149 famiglie locali, dando così in sole due mani il potere che sarebbe dovuto essere equamente ripartito tra tutti i membri della comunità. Tutto questo ci è stato spiegato per filo e per segno dallo stesso Morales una volta che ricompattato il gruppo siamo andati in una cantina per berci una birra e fare una breve riunione per capire bene cosa fosse successo. Adesso come adesso, data la gravità della situazione, pare che sia la Uvoc, sia conseguenzialmente Amka, si tirino indietro dall’avviare progetti di sostegno a Doce Aguilas, ma questa è una storia molto lunga, molto complicata e che quindi lasceremo da parte.
 
 Tornando invece al diario di bordo siamo rimasti alla fatidica birra di chiarimento, birra che viene bruscamente interrotta da un paio di telefonate allo stesso Carlos: la prima lo avverte che una donna di una comunità dell’Uvoc in resistenza era appena stata uccisa da un colpo sparato da lontano, purtroppo tragedie del genere non sono rare in un mondo del genere. La seconda telefonata viene invece da uno dei suoi uomini, che stava in macchina a controllare in giro che aria tirava, che lo avvisa del fatto che una macchina e due moto sospette stavano iniziando a ronzare intorno alla cantina dove ci trovavamo. Senza perdere minimamente la calma Carlos ci invita a risalire in macchina per tornare a Santa Cruz e proseguire là la chiacchiera. Ovviamente noi non ci rendiamo bene conto di quello che stava succedendo o peggio, di quello che poteva succedere, e quindi senza troppa fretta seguiamo il consiglio del compagno, senza né lanciarci in grida di panico né lanci di tavoli o simili.
Già dopo pochi metri, vedendo che il nostro pick-up guida che accelerava, ci rendiamo conto della gravità della situazione: d’altronde nessuno di noi si era mai trovato nella condizione di dover cambiare posto per questioni di sicurezza, era quindi verosimile che non avessimo ancora somatizzato la cosa.
 
In Guatemala, tra metà luglio e metà agosto è periodo di sembra, ossia di semina, poiché nelle settimane successive arrivano le piogge, quelle vere. La saggezza contadina è raro che sbagli e noi l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle in questi giorni: mattina sereno, nuvole verso pranzo, diluvio nel pomeriggio fino a sera. Così è, non si scappa. La pioggia inizia a scendere prepotente trasformando il panorama montano che ci circonda da verde e blu a grigio e marrone, il marrone del fango, fango che scende dalle creste giù verso le strade sottoforma di frane. Superato un paesino che sta a circa a metà strada tra La Tinta e Santa Cruz la strada inizia a essere abbastanza pesante, la pioggia non sembra voler smettere e come volevasi dimostrare uno smottamento di terra e sassi ci blocca la strada, costringendo noi e altre quattro, cinque macchine a fare inversione scendendo verso Tahuru, il suddetto paesino, per aspettare che la situazione torni alla normalità.
 
Alle otto di sera, durante un temporale, trovare un comedor dove ristorarsi è praticamente impossibile, ma comunque troviamo una bettola in legno e ragnatele che serve carne e fagioli, niente di meglio in quel momento! Nel frattempo ci tornano in mente i 100 Quetzales di acconto lasciati a quell’albergo di frontiera ai piedi di Doce Aguilas: chiaro come l’acqua che nessuno li avrebbe mai ripresi. Iniziamo a vagliare l’opzione di dormire nel pulmino, anche perché la chiesa evangelica locale ci aveva negato la leggendaria ospitalità cattolica non lasciandoci altra scelta. E così, qualche minuto dopo eccoci là dentro a cercare di incastrarci tra i sedili come fossimo i personaggi di un tetris umano, con alcuni cani ad assistere alla scena quasi divertiti mentre la pioggia inizia a diminuire. A quel punto la giornata sembrava volgere al termine: lavoro in comunità non concluso, albergo pagato ma non sfruttato, strada bloccata, buonanotte. Nemmeno per sogno, perché così come la fuga dalle moto sospette era iniziata, così doveva concludersi, e certo non in un paesino dove una delle due vie d’uscita era bloccata dalla frana, mentre l’altra portava verso La Tinta, ossia da dove provenivamo: bisognava invece attendere la riapertura della strada e proseguire verso la tranquillità di Santa Cruz.
 
Per fortuna i lavori durano relativamente poco e riusciamo quindi a rimetterci in cammino.
Ma quando un veggente maya riceve una visione che gli consiglia di cambiare i propri programmi a causa di ragioni sconosciute ma nefaste e ciò non avviene, le conseguenze sono ben più gravi che un mancato pisolino sul micro-bus. La stessa persona che nel pomeriggio aveva avvisato Carlos della presenza di persone poco raccomandabili era anche un veggente, ossia uno che riceve apparizioni in sogno da parti degli antenati. Ora, uno può crederci o no, così come non è detto che la cosmovisione possa fare breccia nelle menti di tutti, fatto sta che proprio lui prima di iniziare la giornata aveva accennato a Carlos che ci sarebbero state delle difficoltà durante le ore successive. Mai nulla si rivelò più sacrosanto! Se la strada era stata resa agibile dopo la frana, ciò non significa che fosse stata resa praticabile nel vero senso della parola, e quando il fango è tanto e la pioggia continua a cadere, impantanarsi è solo questione di tempo. Nel giro di poco le ruote affondano per quasi metà, arrivando a far toccare a terra la carrozzeria. Scendendo ci rendiamo meglio conto della situazione e iniziamo a preoccuparci veramente. Bloccati nel buio del nulla guatemalteco, sotto la stessa pioggia fredda che stava condannando il nostro pulmino a una pausa non prevista. La strada trasformata in sabbie mobili, noi improvvisati meccanici e scavatori. Ma più cerchiamo di far riemergere le ruote più la pioggia ne porta ancora e ancora, fin quando anche il ruscello che scorre al lato della strada non esce dal proprio argine riversandosi ai nostri piedi. Falliti i tentativi di trainare il pulmino fuori dal pantano, il pick-up di Carlos sparisce nel buio per andare a cercare mezzi più grandi in grado di aiutarci. Restiamo noi contro il tempo. Mai come in quel momento il lavoro di squadra è essenziale, ogni idea è presa in considerazione: scaviamo fin sotto le ruote per mettere delle tavole, proviamo a sollevare il pulmino, avanti, indietro, spingendo senza dare gas, infine un pensiero bizzarro ma fondamentale, fermare con una piccola diga il ruscello che intanto aumentava la propria portata. In un primo momento non viene colta  la genialità della proposta, ma dopo l’ennesima sgasata a vuoto iniziamo a spostare sassi e pietre, terra e fango, finché l’acqua non defluisce verso destra. Probabilmente dall’alto qualcuno si è accorto che l’uomo contro la natura, da solo, non può nulla, fatto sta che pian pianino la pioggia scéma fino a finire. Non possiamo perdere tempo, dobbiamo fare un tentativo a colpo sicuro prima che la dighetta ceda o che peggio ancora, non riprenda a piovere. C’è chi completamente bagnato si lancia sotto il pulmino per appianare la strada, chi si leva la maglietta appesantita da fango e acqua per lavorare meglio o per non assiderarsi, chi incita il vicino a scavare e scavare perché sì, perché quella è la volta buona, perché altrimenti non può essere. A questo punto il momento decisivo: la strada è pronta, Alessandro sale sul pulmino, noi altri pronti a spingere. 3, 2, 1: Via! E se in un primo momento la fumata sembra essere ancora nera, dopo qualche secondo di grida e muscoli il pulmino esce, indietreggia fin verso la tranquillità. Ora serve solo di appianare tutto il fango e i sassi per far sì che il mezzo non si riaffossi una seconda volta. Tutti noi a destra e sinistra della strada col fiato in gola, tutti vicino al pilota, tutti a tifare insieme per quei pochi metri di incertezza. Una sgasata, il pulmino sbanda nel fango, sembra affaticato su un montarozzo di terra, ma no, questa volta vinciamo noi e il micro-bus frena su un quanto mai amato asfalto.
Salvi. Sporchi. Bagnati e infangati dalla testa ai piedi. Stravolti. Ma soprattutto non ancora fuori dall’inferno: c’era ancora un paio di chilometri da macinare prima di uscire e arrivare così sulla statale.
 
Una volta nel pulmino ripartiamo immediatamente cercando di lasciarci alle spalle quante più frane possibile. Ma così come la fine di ogni video-gioco che si rispetti, anche per noi l’ultimo livello sarebbe stato il più difficile: per l’ambientazione sembrava di stare in un Resident Evil a bassa risoluzione, per lo stile di guida eravamo nel più nobile dei Need For Speed. Le prime curve sono un susseguirsi di derapate e ruote posteriori a rischio slittamento, dopodiché un banco di nebbia tra le imprecazioni generali, anche perché nessuno aveva la minima intenzione di rallentare (un’altra sosta causa fango te la fai te e tre quarti della palazzina tua! N.d.r.). Non so a quanto stesse il conta chilometri, dall’ultima fila si poteva ammirare il panorama tetro e buio dietro le nostre spalle, anzi, ora nemmeno quello, la nebbia si infittisce fino a obbligare uno di noi a sporgersi da fuori il finestrino per chiamare le curve come in un qualsiasi rally di montagna. L’unica cosa che si percepiva era come la strada si facesse sempre più stretta: a sinistra alberi su alberi, a destra 10 metri di salto e un torrente in piena. Dopodiché un rettilineo di fango che porta il pulmino a sfiorare un palo della luce a tre-quarti che stava palesemente cedendo, non il massimo della sicurezza stradale insomma. Ma questo era l’ultimo scoglio: in lontananza vediamo gli abbaglianti del camion che arrivava, ovviamente in quel momento non ci pensavamo nemmeno più. Dietro di lui il pick-up di Carlos che ci vede, sorride e fa inversione per accompagnarci in quegli ultimi interminabili metri di paura.
 
Fuori! Eravamo fuori dal tugurio. Scattano applausi e cori per tutti noi. Un momento davvero indescrivibile. Gioia allo stato più puro, la gioia che deriva dall’essere vivi, non esagero.
Carlos ci fa strada verso un autogrill stranamente aperto alle 3 di mattina dove prendiamo un caffè e dei biscotti. Eravamo vestiti di terra e acqua, alcuni avevano fatto in tempo a cambiarsi, io personalmente indossavo una coperta che mi copriva dalla vita in giù, ma non era quello il momento di pensare all’abbigliamento, o forse sì: un gruppo di ragazzi di sesso non ben definito si avvicinano a noi e ci offrono alcol e marijuana ammiccando e sorridendo, ammetto che in quel momento avrei preferito una felpona enorme e pantaloni lunghi a quel solo pezzo di lana cotta rossa.
Un bicchiere di rum bevuto tutti insieme a casa di Morales chiude la serata, mette il cappello a una giornata che ha dell’incredibile.
 
Rileggendo queste righe mi sembra di aver raccontato una favola a lieto fine, il fatto che sia invece semplice narrativa mi fa ancora una volta sgranare gli occhi. Una giornata che mette insieme la forza della natura con la cosmovisione maya,  la determinazione dei contadini in resistenza con l’individualismo dei singoli, la forza della disperazione con la forza del gruppo che in momenti di necessità sa dare tanto, tutto.
Siamo salvi, stiamo bene, abbiamo imparato una lezione: quando uno sciamano maya dice che non è il caso di uscire di casa causa visioni, bisogna ascoltarlo, che si creda o meno alla mitologia delle stelle.
Domani è un altro giorno, saremo qui per fare tesoro di quello che ci darà.
           El Colocho

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