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Il Nostro Congo

mano-negra
Oggi Elisa mi ha chiesto di scrivere qualcosa sul blog.
Di scrivere, insomma, qualcosa sul viaggio.
Le ho detto no. Ho trovato una scusa.
Forse più di una per essere più credibile.
La verità è che non posso scrivere del Congo.
Di quello che ho lasciato in quella terra.
E di quello, soprattutto, che ho rubato e che, oggi, porto gelosamente dentro di me.
Il problema è che sarebbero troppe le cose da scrivere e raccontare…
Potrei scrivere del pre-Congo: ovvero tutto quel percorso condiviso assieme che ci ha condotto da Ottobre a Giugno a quello che, giorno dopo giorno, è divenuto il sogno comune del gruppo. Un percorso lungo e altalenante fatto di miriadi di avvenimenti singolari e personaggi da incorniciare;
tra autobus fantasma e delucidazioni tecniche sulle pratiche sessuali congolesi; tra il traffico pè Roma e spuntini veloci per non perdere l’ultimo treno; tra qualche malumore e le interviste agli immigrati; tra l’erva mate e Carlo Verdone; tra accurate riflessioni sul mondo che fa schifo e sull’utopica ricerca della felicità; tra un tutor tuttofare e nuovi amici cittadini; tra la concezione del tempo in Africa e l’ultimo regalino da incartare prima della chiusura della Mondadori; tra i colloqui col prete e le riunioni ad orari sempre un più scomodi; tra i laboratori fuori-porta e il mercatino in piazza; tra un Continente che si apriva ai nostri occhi e i primi spunti per Amka; tra i Mondiali di calcio e le nostre soddisfazioni; tra il basilico e il sogno congolese…
Potrei parlare un po’ del volo. Anzi dei voli. Di quanto sia così lontana questa terra. Dei cinque decolli e (fortunatamente) cinque atterraggi necessari per arrivare e poi tornare nel nostro paese tricolore. Di tutti quei rumori sospetti e della puzza di benzina su quell’aereo, e noi terrorizzati a far finta di nulla, quasi che per gli altri fosse normale. Potrei citare quanto è strana la lingua etiope. Potrei parlare di strani accavallamenti notati in volo tra Malawi ed Etiopia quasi fosse un gemellaggio..e poi i controlli a non finire dei bagagli; la colazione alle dieci di sera e la cena alle tre del pomeriggio; gli ultimi spruzzi di AUTAN in pista,; gli stracci bagnati tirati in faccia; le turbolenze, fuori e dentro gli stomaci; le tasse più o meno ufficiali; le attese infinite in aeroporto; le suole delle scarpe messe, illegalmente, a terra in quel del Malawi; quelli, in lontananza della business class; Giobbe Covatta; i metal-detector; i bianchi che tornano a casa…
Oppure si potrebbe parlare del nostro francese. Ricordo quante volte prima della partenza raccomandavo a me stesso, e non solo, di cominciare a studiare, ripassare, leggere…almeno i numeri, le lettere, l’alfabeto, la grammatica base o il savoir-faire.
Eppure, quello che si è creato in seguito ha qualcosa di magico. Solo in Congo poteva accadere.
Il mio terribile francese è riuscito a portarmi in posti in cui avrei fatto fatica ad arrivare col più difficoltoso ossimoro della lingua italiana.
Va anche detto che il nostro francese, unito all’indescrivibile rapporto creatosi fra noi e i nostri nuovi amici (che faccio fatica a chiamare “staff” locale di Amka), ci ha portato anche in luoghi meno profondi e, forse ahimè, anche meno adeguati alla cooperazione internazionale.
E’ grazie a questa magia che i nostri discorsi sono riusciti a saltare dal terrorismo in Italia degli Anni di Piombo al baratto fra una giraffa e Jems (il nostro “vivace” cane); dalla terribile guerra in Nord-Kivu alla politica di Berlusconi vista dagli occhi di un cittadino congolese; dalla pericolosità delle strade (e dei “piloti”) congolesi ai discorsi culinari; dal modo meno atroce per spezzettare Papa Charles in modo che potessimo portarlo con noi (dentro colli da 23 kg) sull’aereo al modo più efficace per rimetterlo insieme una volta a Roma; dagli insegnamenti di un agronomo a quelli di un saggio guardiano che di guardiano ha ben poco; dalla geografia dell’Italia alla vastità del Congo; dai saluti elaborati per bene alle lacrime in francese…
Naturalmente potrei parlare delle mie, innumerevoli, paranoie.
Essendo così vasto l’argomento, posso citare solo alcuni esempi.
Zanzare??? Nei miei perversi pensieri le immaginavo grandi, più delle nostre, più voraci, più feroci, più della zanzara-tigre, più della tigre-zanzara. Insieme ad esse i serpenti non pervenuti, la mosca tse-tse, i vaccini quasi con le flebo; i cibi in scatola e l’acqua rigorosamente in bottiglia.
Si è passati dalla zanzariera incastrata (quasi incollata) sotto il materasso alla messa al bando dei pantaloncini corti; dal rimedio locale ovvero bere birra all’Autan come se piovesse; dal Malarone alle 21.00 alla sua “bibbia” illustrativa; dal caffè con l’acqua potabile a Papa Mwamba che reclama la “sua” bottiglia in frigo; dal divieto esplicito della luce accesa in camera al sistematico utilizzo dell’insetticida come arma di distruzione di massa…e ancora le paranoie mai sopite completamente sugli animali della Savana..senza voto, su eventuali colpi di stato, su rapine del bianco da spennare, su malattie non conosciute e non riconoscibili, sulle mani da “amuchinizzare”, su salviettine umidificanti (non solo per le mani…); su sonni non proprio tranquilli; su sospetti giramenti di testa e anomali, quasi sereni, battiti del cuore…
Come non potrei parlare dei bambini africani.
Sembra strano chiamarli “africani”. Sembra quasi razzista. Chiunque direbbe che un bambino è pur sempre un bambino. Però i bambini che hanno riempito le mie giornate (e a volte anche le mie orecchie) hanno qualcosa di speciale. Troppo spesso mi hanno messo in imbarazzo.
I loro sorrisi e i nostri; le loro pose e i nostri scatti; il loro tone-tone e nuove foto in arrivo; le nostre rincorse e le loro fughe divertite; il loro swahili e il nostro sforzo, comunque minore del loro; le nostre interminabili sfide bianchi contro neri che, per evidenti cause numeriche, terminavano sempre con nostri insuccessi; i colori per la faccia che ci rendevano tutti uguali; le canzoncine in swahili; il girotondo; la (s)caccia alle galline; Ema e Chantal; un cuore solo che sembra non bastare; il bambino che vede un bianco per la prima volta; il lento prender confidenza e, poi, l’inevitabile distacco, i piedi scalzi; le matite colorate; quelle minuscole sedie; il continuo proliferare nelle mie orecchie di due parole, anzi una sola, ripetuta: muzungu, muzungu…
Potremmo discutere delle differenze evidenti e più nascoste fra i nostri mondi. Tanto per fare qualche cenno. Tradizioni, costumi, pensieri, concezioni di tempo e spazio. Due Pianeti.
Dalla doccia coi secchi all’idromassaggio; dall’amante minorenne alla poligamia congolese; dal barbecue al braceró; dall’elettricità che va e viene alla musica psichedelica; dai sorrisi di circostanza ai sorrisi del cuore; dalla diffidenza per il vicino alla fratellanza di quartiere; da facebook alle amicizie con le strette di mano; dalle preferenze a tavola al dover mangiare proteine per sgonfiare la pancia; dalla playstation a infinite partite sotto l’insidioso sole africano; dal colesterolo e il silicone alla malaria e l’HIV; da Berlusconi a Kabila; dal marinare la scuola ai 10 km da fare ogni mattina per raggiungere l’aula più vicina; dalle strade sterrate allo smog quotidiano; dalle scarpe firmate al pallone fatto di pezze colorate; dalle diete alle piaghe; dalle mosche sugli occhi agli occhiali da sole; dalla comodità alla serena consapevolezza di essere felici…
Potrei parlare all’infinito ecco perché non posso scrivere niente sul Congo.
Su questo viaggio.
Anzi: sul Viaggio.

Anche parlando senza limiti di spazio e tempo dimenticherei qualcosa…
Il polepole africano (che ha, oramai, rivoluzionato il mio concetto di pazienza); l’agronomo più chic del Katanga; la delusione per non essere riusciti a catturare neanche un coccodrillo; quel cane sempre arrabbiato in costante ricerca di qualcosa da azzannare; gli appuntamenti saltati; quei tre guardiani che hanno vegliato, a modo loro, le mie notti; i miei fantastici compagni di viaggio, che da perfetti sconosciuti hanno conquistato un invidiabile posticino all’interno di me; i tramonti; le emozioni, nel senso più primitivo del termine; il bukari; una persona meravigliosa al mio fianco, compagna di vita e di viaggio, grazie alla quale, per quanto possibile, l’Africa è stata ancora più bella; i progetti di Amka e i sogni dei bambini; l’essere felicemente stanco; niente Maria de Filippi in televisione, solo perché niente televisione; le continue stronzate poliglotta; la speranza o forse l’illusione di sentirsi migliore; la malachite; il caffè all’alba; il safari e la terra rossa ancora sui vestiti; la radio e il machete; un pilota spericolato che, a cavallo della sua jeep, sembra poter arrivare dappertutto; strade scassate; polvere e sudore; cuore e testa da resettare…
Basta pensare a come sarebbe stato scrivere qualcosa.
Neanche i pensieri sembrano trattenersi.
Il sogno si mescola alla realtà.
Finirei col raccontare di bambini undicenni che, tra la scuola e il pallone, intrappolano animali per venderli poi; arriverei a parlare di incontri letali con lucertoloni mortali per l’uomo; potrei farneticare di astrali partite di calcio fra poveri e indifesi uomini bianchi e maturi, fin troppo, maestri senza neanche le scarpe ai piedi; improvviserei discorsi sulla cucina congolese e proporrei un sondaggio fra larve e nutrie; proverei a cambiare la realtà con fantomatici bambini e con il loro fantomatico vomito sulle mie, purtroppo, meno fantomatiche mani; arriverei a parlare di alcuni dei miei amici mweushi come dei fratelli che non ho mai avuto…
Con la mia straordinaria fantasia arriverei a intravedere un giorno, non troppo lontano da oggi, in cui fare ritorno in questo pianeta lontano. Dove ad accogliere il nostro arrivo troveremmo sulla sua bicicletta sfasciata, ma sempre in ordine, Papa Charles…che emulando E.T. se ne sta, ebbro di felicità, in volo, sorvolando il cancello di casa…solo per me…solo per noi…sospinto in aria con semplicità ma inesorabilmente dalle emozioni provate assieme in quello che oggi, egoisticamente, chiamiamo IL NOSTRO CONGO.
Dadaniel, Anastasie,
Martine, Frederica e Renè
Congo, 2010

Questo articolo ha 2 commenti

  1. Leggo e ritrovo un anno vissuto insieme, un percorso che ha dato tanto sia a tutti voi che a me che sono qui…Grazie a tutti ragazzi, per l’entusiasmo e per la capacità di esserci sempre vicini.

  2. Grazie! In questi giorni difficili di scelte e preoccupazioni leggere questo post e’ una carica di energia e speranza! Più di una raccolta fondi da 20mila euro !!!
    Grazie
    Fabrizio

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