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Uno sguardo dal vivo mentre la Cina conquista il Congo.

Sono tornata da poco del Congo e mi sto lentamente riabituando ai ritmi frenetici di questa parte di mondo che ha sempre fretta di fare cose per poi avere fretta di fare altre cose. Riprendo contatti, inizio a leggere cosa arriva dai mille link del web e scorro rapidamente con scarso interesse visto che i miei occhi sono ancora pieni di quei posti , della gente, di progetti e piccole soddisfazioni. M’ imbatto nelle parole di Enrico Verga, giornalista che di questi tempi ha scelto di parlare della “colonizzazione culturale” della Cina in Africa. Forse di poco interesse nelle tribune mondiali o  nelle letture veloci dei “social” quotidiani ma di sicuro una folle e nitida verità che brucia.

Si, perché quando sono partita dopo il cambio da Roma ad Addis Abeba  nel volo diretto per Lubumbashi mi sono sentita ufficialmente “circondata “. Il volo era praticamente pieno di cinesi dal volto simpatico , sempre pacato e imperturbabile con qualche congolese di ritorno in patria e due gruppi di cooperanti, mischiati a suore. E’ la terza volta che vado e non era mai stato così gli anni precendenti.

A bordo si legge il China Daily, insieme a delle rovinate istruzioni per la sicurezza, simbolo forte del mettere a proprio agio i viaggiatori più frequenti. L’arrivo non cambia di molto, perché dopo i saluti, esco fuori dall’ aeroporto per vedere che intorno è pieno di lavori e contenta, in un francese ancora poco sciolto, chiedo cosa Kabila ha deciso di costruire.

La risposta alla quale non ho dato gran peso è stata: “il tuo presidente ha commissionato un nuovo aeroporto lo stanno costruendo i cinesi” e allora chiedo, mi informo,  mentre la strada sterrata  di Lubumbashi, Sud del  Congo scorre veloce.

Le risposte tranquille della coordinatrice mi sembrano solo i racconti di chi ti aggiorna dopo un po’ di tempo che non sei in quella città. In realtà è così,  mi dice “ sai ora ci sono tanti cinesi che abitano qui , nella strada delle miniere e vicino a questo enorme cantiere dell’aeroporto, ma non si vedono molto in città, e poi stanno facendo le strade verso Kipuschi…” è così bello essere arrivata che non do’ peso a quelle parole.

Passano i giorni e ho incontrato mille volte jeep piene di cinesi con i loro autisti congolesi che ci tagliavano la strada. Il mercato è cambiato in città , ci sono più negozi , si trova tutto ora,cellulari, computer, cose per la casa….Un giorno ho passato due ore  intere a casa di uno degli artisti che lavorano la malachite ad aspettare, perché ? Un compratore cinese stava scegliendo i pezzi di malachite più grandi, con le gambe piccole poggiate sul tavolino, asciugava il sudore e beveva una Simba(birra locale)e parlava un discreto swahili ho aspettato salutato e visto andar via carico di pietra verde.

C’è una canzone che mi piace tanto , è di Koffi Olomide il cantante più amato del Congo, parla di amore come tutte le sue canzoni, è la canzone dell’ estate si sente ovunque, ”Abbracadabra” e ti ricorda che l’amore lo puoi pure mettere in tasca e tenerlo ma a volte la tasca è bucata e l’amore cade e non te ne accorgi. Dopo il ritornello c’è una frase che ora mi preoccupa “ i cinesi sono ovunque “. Perché una canzone d’amore dice che i cinesi sono ovunque? Una sorta di razzismo ? In realtà suona più come una constatazione.

Credo che  si può parlare di colonialismo economico, di colonizzazione dei mercati mondiali o di razzia delle risorse che in fondo per i congolesi non rappresenta neanche una novità storica. Senza un’analisi approfondita ma sociale mi viene da dire che forse è più simile ad una “conquista”, termine bandito dal buon cuore della good governance mondiale e dagli urlati diritti umani ma è quello che sta accadendo ai ritmi normali dell’Africa nella vita di tutti i giorni ed è quello che sta accadendo sotto i nostri occhi occidentali , stanchi di fare attenzione a cosa non ci viene detto del mondo.

 Elisa Mannarino

 
 
 
*foto dal Galileo News

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