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Fermate gli orologi: è ora di Congo!! Il viaggio dei volontari attraverso le emozioni di Alessia

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Sulla Kasumbalesa, la strada che da Lubumbashi porta a Kaniaka e agli altri villaggi, la nostra Jeep viaggia decisa, noncurante degli audaci sorpassi a destra, a sinistra, di sbieco, per obliquo, tipici della pericolosissima guida congolese. Nella macchina, una dozzina di persone comunicano tra loro in italiano, inglese, francese, swahili, a gesti e sorrisi. Un po’ ci si capisce, un po’ no e  quando il messaggio proprio non riesce ad arrivare si conclude con un bel <Capito tutto e niente> che scatena l’ilarità generale, permettendo di passare a una nuova conversazione, magari in un’altra lingua. Il “capito tutto e niente” non è solo una battuta sfoderata(decisamente spesso) per gettare la spugna durante una comunicazione fallita: cela invece la grande consapevolezza, molto congolese e molto poco europea, che a prescindere dalla parola sia possibile un contatto,una conoscenza, seguendo altri veicoli, altri simboli, altri significati.
 
La supremazia del rapporto umano in Congo organizza il lavoro, l’economia, il tempo. Nei villaggi gli anziani ci offrono una sedia invitandoci a partecipare a una discussione, rigorosamente in swahili, e io decisamente non capisco una parola, ma sento il contatto con quella gente grazie ai sorrisi, agli sguardi amichevoli, alla gioia che mostrano mentre sfoggio le quattro parole della loro lingua che sono riuscita a imparare…Habari? Muzuri!
 
L’offerta di condividere insieme l’ombra e il fresco sotto un albero, mangiando arachidi appena tostati non supera di gran lunga tante parole inutili vomitate in fretta e furia tra un impegno e l’altro?
 “Il tempo è denaro”,dice l’occidentale, e il congolese non capisce, perché in Congo il tempo sembra non esistere affatto. E’ una dimensione plasmabile, relativa, dilatata, al servizio della gente: arrivo quando posso, me ne vado quando ho finito, resto finchè non concludiamo di parlare. Sicuramente poco pragmatico, snervante per gli ansiosi, ma chissà poi se in Congo esistono, gli ansiosi.
E’ il pole pole, piano piano, “ se su dieci cose ne riesci a fare due va bene, la vita è così bella!”.Sono state le prime parole che la saggia e tostissima Flavie ci ha rivolto al nostro arrivo a Lubumbashi, davanti a una bella Simba fredda (bevuta rigorosamente a stomaco vuoto!) e io ne ho subito assimilato il senso, lasciandomi inghiottire da questo contraddittorio e splendido paese che ha lasciato in me tante domande senza risposta, rispondendo ad altrettante…sull’Africa, sul Congo, sull’occidente, su di me.
 
E poi non so, sarà stata la Simba, sarà stato il tempo che ha smesso di correre come un pazzo, sarà stato il rosso acceso della terra che mi entrava negli occhi o quel sole infuocato che ancora sogno la notte, non so cosa è stato, ma nel tragitto dall’aereoporto a casa,la mia casa congolese, mentre davo i primi sguardi a quella stranissima città e alla sua gente, avevo i brividi e i lucciconi agli occhi, e potevo sentire il caldo abbraccio del Congo che mi dava il suo benvenuto.

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