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Stregoneria e diritti umani: le domande di un cooperante

Qualche mese fa, mentre ero in Congo, le attività previste nei villaggi si sono improvvisamente fermate per tre giorni di lutto. Infatti tutti gli abitanti dei nostri villaggi erano a Shinga per partecipare al funerale della moglie di Rasta, il capo villaggio. Quarantacinque anni, madre di 17 figli, Maudi era la referente di Amka per il villaggio, ci aiutava a coordinare le varie attività sul territorio, nelle campagne di sensibilizzazione, nell’educazione degli adulti, e nella formazione del gruppi solidali per il microcredito.
E’ morta improvvisamente una notte dopo delle convulsioni.
Mi hanno spiegato che il lutto per questa donna è diverso, più lungo e più partecipato, dei lutti normali, per due ragioni. Primo, perché la defunta era la moglie di un capo villaggio: con mia grande sorpresa gli uomini sono usciti dalle loro capanne di fango e paglia in giacca e cravatta (ma sempre con ai piedi le immancabili infradito di plastica). Secondo, perché questa morte improvvisa è stata associata a un caso di stregoneria. La gente di Shinga crede che sia stata la sorella del marito ad aver lanciato una maledizione su di lei, perché gelosa. La sorella del capo villaggio, che tutti descrivono come “cattiva”, pare abbia riconosciuto la sua colpevolezza e perciò ha donato a Rasta e la sua famiglia una capra (che, legata ad una corda,  girava impazzita intorno all’albero vicino al quale eravamo seduti).
Al ritorno dal funerale, sulla jeep verso Lubumbashi, ho chiesto ai miei colleghi quale fosse il destino della donna accusata di stregoneria. Mi hanno risposto che era dalla polizia, come si fa in questi casi, perché se fosse rimasta libera “tutti nel villaggio l’avrebbero cercata di uccidere”. Questo era troppo. Fino a quel momento avevo sempre chiesto con rispetto della stregoneria, con genuina curiosità, cercando di liberarmi il più possibile dai miei pregiudizi razionali. Ora invece ero proprio arrabbiata. Questa donna, madre di due figli, sarà ora costretta a scappare dal villaggio, a partire lontano dove nessuno la conosce, a reinventarsi la sua vita. Con grande difficoltà sarà accettata e integrata nel nuovo villaggio, dove tutti sospetteranno di lei. La vita di questa donna è rovinata.
Per quanto noi cooperanti occidentali ci sforziamo di liberarci dai nostri pregiudizi, di ascoltare, rispettare, capire, prima o poi verrà sempre un momento in cui lo scontro tra culture ci spingerà a interrogarci sui nostri valori più profondi. Il cooperante è spesso tormentato da domande ancestrali, e il tema della stregoneria (come anche quello dell’infibulazione, delle spose bambine, etc.) è forse tra i  più difficili, perché va a disturbare quell’equilibrio labile tra i nostri valori e il rispetto di un’ altra cultura.
Dov’è il confine tra attenzione alle credenze/tradizioni locali e salvaguardia dei diritti umani? E’ presuntuoso da parte nostra voler cambiare alcuni valori, tradizioni, credenze che non ci appartengono?
Io, figlia presuntuosa di un continente che ha vissuto l’illuminismo, cerco di spiegare a me stessa la stregoneria come un modo per trovare un senso a fatti che noi non riusciamo a spiegarci, e rispondere al bisogno di trovare un capro espiatorio per una sofferenza subita.
Credo bisogna fare uno sforzo per capire cultura e credenze locali,il perché esistono, da che cosa nascono e quale sia il loro valore intrinseco. In questo gli antropologi ci possono aiutare molto.
Credo anche però che sia importante non rinunciare al dialogo, soprattutto quando queste tradizioni o credenze si traducono in violazione dei diritti umani.

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