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Signora luna puoi tu spiegarmi dov’è la strada che porta a me…

Non si può partire per Nuevo Horizonte senza stare bene con se stessi.

Quest’anno, lo scorso ormai, volevo sentirmi di nuovo viva e qualcosa dentro di me mi diceva che era il momento giusto per farlo. In direzione ostinata e contraria al flusso della ragione, io volevo e dovevo farlo.

Finalmente bastavo a me stessa ed era il momento di approfittarne.

Nonostante i sei mesi di progettazione, sono partita con la paura di non aver letto abbastanza; da perfezionista quale sono, avevo il timore di calpestare un suolo che non conoscevo, di non aver studiato a sufficienza usi e costumi locali, di non rispettare gli sguardi che incrociavo. Pensavo che non potevo permettermi di guardare quelle genti negli occhi, perché i miei occhi non avevano sofferto altrettanto.

Quando, ai primi affannosi respiri di quell’aria calda e grave, ho messo piede fuori dall’autobus che dopo un giorno intero di viaggio ci ha portato da Città del Guatemala a Nuevo Horizonte e ho visto la gente del villaggio che ci aspettava sul ciglio della strada, il cuore mi è salito in gola: loro sapevano chi fossi, io sapevo chi erano loro, andavo incontro ai miei eroi… Quella gente che negli anni ‘80 aveva deciso di lottare per il diritto alla vita piuttosto che obbedire e morire dentro, quella gente che non era scesa a compromessi perché “non ci si può accontentare di sopravvivere”, quella gente che aveva messo a repentaglio la propria incolumità e aveva visto morire i suoi cari, torturati o ammazzati, per uno spiraglio di libertà, quella stessa gente che dopo vent’anni di guerriglia nel bosco aveva urlato al mondo intero il più magnifico inno alla vita che potesse esistere fondando Nuevo Horizonte, era lì, a tarda sera, ad attenderci! Il mio cuore stava per esplodere, ma uno scambio di abbracci, consapevoli delle nostre origini così diverse e senza aver fatto nulla per meritarle, mi ha rasserenata.

Lì ho avvertito, ma solo dopo diversi giorni l’ho veramente compresa, una verità: compartir sarebbe stato il dono più grande, per tutti.

Questo viaggio è stato unico perché mi ha permesso di conoscere persone fantastiche, prima e durante lo stesso. La passione e l’onestà guidano piccole fette emarginate ma non marginali della nostra società. Sono felice di averle conosciute. Devo ammettere che mi costa una certa fatica condividerle.

Questo viaggio è stato memorabile innanzitutto perché ho conosciuto un vero leader, Rony. Rony trasuda carisma da ogni poro. Il sorriso contenuto, la cicatrice sul volto e le maglie verde-Fidel raccontano il suo passato. La mano sinistra, che accarezza continuamente la barba mentre ci parla della storia del Guatemala e della comunità, rivela ancora un certo coinvolgimento emotivo nella condivisione di un passato certamente non facile. Durante una delle charla pomeridiane avrei voluto chiedergli se c’è ancora un momento, un errore, un episodio vissuto in vent’anni di guerriglia che ricorre tuttora nella sua testa e per cui non riesce ancora a perdonarsi. Il mio pessimo spagnolo e la paura di essere troppo diretta hanno trasformato la domanda in “Fai ancora brutti sogni per tutto ciò che hai vissuto in guerriglia?”.

E la risposta è stata: “La cosa peggiore è che li faccio anche da sveglio. Noi guerriglieri abbiamo fatto degli errori. L’addestramento militare ti insegna a comportarti di riflesso non per coscienza.

Vivo ancora oggi perennemente all’erta. Osservo ogni movimento, vivo pensando che possa succedere qualcosa da un momento all’altro. Sì, ho paura” ha ammesso alla fine.

Questa disarmante sincerità mi ha spiazzato. Rony aveva 10 anni quando è stato arruolato nelle truppe guerrigliere, lì ci è rimasto per 18 anni.

“Per un periodo, dopo la fine della guerra, ho dormito con la pistola sotto il cuscino. Mi svegliavo e la prendevo in mano alzandomi. Quando una mattina l’ho puntata contro il petto di mia moglie ho deciso che dovevo cominciare un lavoro su me stesso”.

Dopo 30 anni di guerra civile le uniche perdite erano tra i guerriglieri, sterminati. L’esercito e lo stato ne uscivano illesi. Il desiderio di proteggere la vita e di garantirne una dignitosa a tutti (incertidumbre + miedo + sueño) hanno dato origine alla Comunità di Nuevo Horizonte, dove lo spirito comunitario è il principio guida ed è ciò che più mi ha colpito (“la tierra es de quien la trabaja no de quien la posee”). Probabilmente l’individualismo è tipico delle società capitalistiche, dove homo homini lupus e la voglia di essere il migliore la fanno da padroni. A NH, invece, è el equipo a prevalere. Il bene comune. L’interesse della collettività.

I guatemaltechi sono umili, generosi e timidi. Mettono da parte il proprio ego per il bene della comunità e lo fanno con il sorriso e una serenità d’animo sorprendenti.

Rony è un vero leader, rispettato e autorevole, non (solo) perché è saggio e intelligente ed è sopravvissuto a una guerra atroce, ma (anche) perché è L’Esempio. Lui e Lucero, sua moglie, sono le persone più umili che conosca. Sono genuini e onesti. Sensibili. Generosi. Di una generosità che viene dal cuore, sconfinata, che non lascia scampo a prevaricazioni. Mi hanno insegnato cosa significa l’amore, l’amore per il bene collettivo e la voglia di lottare per i propri ideali, qualunque essi siano. “La única lucha que se pierde es la que no se hace”.

Non c’è spazio per scrivere di tutti coloro che porterò per sempre nel cuore e a cui sarò per sempre grata.

Ma non posso non parlarvi di Edgar, lui ha rapito il mio cuore gradualmente. Sette anni e orecchie a sventola, non è bello come alcuni suoi compagni, conquistatori d’animi senza meriti. Lui ha vinto su tutti perché con il suo sguardo da cane bastonato invoca amore inconsapevolmente. Non chiede nulla, è intimidito e diffidente. Dopo avermi messo alla prova per qualche giorno, ha premiato la mia costanza con abbracci bellissimi. Un pomeriggio, vedendomi da lontano mentre tornava dalla tienda per il quotidiano acquisto delle tortillas, ha cominciato a corrermi incontro con le braccia spalancate. Mi sono sciolta. L’ho abbracciato tutte le volte in cui l’ho rivisto, e ho dovuto mascherare la mia predilezione per lui quando eravamo a scuola o con gli altri bambini…

Così come non posso non parlarvi di Jaslin. Diciannove anni e un figlio di otto mesi, Rafaelito, sta con suo marito da quando ha tredici anni. Dolcissima e ospitale ma infelice. Alcune famiglie di NH, soprattutto quelle di etnia Q’eqchi’, sono molto patriarcali. Le donne non possono uscire, lavorare né studiare. Jaslin trascorre le giornate a prendersi cura del suo bambino, della casa e del marito. Guadagna qualche quetzal vendendo ghiaccioli ai bambini delle famiglie vicine. Si stupiva, come la maggior parte delle donne della comunità, quando le raccontavamo, io e le mie compagne d’avventura, di non essere sposate e di non avere figli. Ci chiedevano perché, alla nostra età, con le sopracciglia aggrottate.

Poi tocca a Pascual, ha 73 anni e 2 denti e viene anche lui da decenni di guerriglia nel bosco. Una mattina, mentre sorseggiavamo il suo caffè solubile (ebbene sì, pur avendo il Guatemala uno dei migliori caffè al mondo, lascia i suoi indigeni bere caffè solubile di pessimo gusto e infima qualità, nella migliore delle ipotesi Nestlè, nelle altre neanche quello), gli ho chiesto cosa cambierebbe di NH. Ci ha pensato un attimo e sorridendo mi ha risposto “nada”.

Io ho visto la felicità brillare negli occhi di quell’uomo, che pure non si ferma un istante di lavorare, che ha perso le sue galline qualche anno fa a causa di una malattia e che non ha mai potuto ricomprarle. Nonostante sia consapevole che i suoi tre figli, che crescono a frijoles y tortillas e che non possono permettersi di bere il latte, non potranno mai frequentare l’università né probabilmente varcare la soglia della comunità, lui è contento. Perché a NH la gente è fiera di quello che ha costruito. Intorno c’è solo desolazione. NH è una piccola isola felice color verde vita, in cui si cerca un rimedio al dominio incontrastato delle multinazionali, alla corruzione spietata. NH offre un riparo ai suoi campesinos e soprattutto il sogno di una vita migliore. Io grazie a Pascual e ai suoi compagni ho capito che il denaro non fa la felicità perché obnubila la ragione, porta a una dipendenza senza limiti e calpesta i principi primi dell’umanità.

Il viaggio per la Tecnica, la comunità che ci ha ospitato nell’ultima settimana, è stato particolarmente toccante. Situata al di qua del Rio Usumacinta e raggiungibile solo tramite una strada sterrata lunga centinaia di chilometri (schiena e ammortizzatori del minibus risultavano provati), rappresenta l’ultimo approdo guatemalteco prima del confine messicano. Questa stessa strada è percorsa quotidianamente da guatemaltechi, honduregni e salvadoregni che tentano clandestinamente il sogno americano (800-1500 al mese). Si affidano ai coyotes, i trafficanti di uomini, che per 60.000 o 75.000 quetzales (i 15.000 in più garantiscono un secondo tentativo) organizzano il viaggio aldilà dell’Usumacinta, il rio più insanguinato della storia perché classico scenario dei decenni di guerra civile: “a metà anni ottanta bastava osservarlo per qualche minuto per vedere i cadaveri passare”, mi ha detto Rony un giorno. La strada per la Tecnica è calda e ha poco verde, rare forme di vita, nessun luogo di ristoro. Il viaggio è stato travagliato, sudato, tormentato… e non avevo nemmeno tutta la mia vita sulle spalle! Mi sono immaginata una clandestina in cerca di fortuna e credo che in quel momento esatto il senso di impotenza abbia lasciato il posto alla voglia di lottare.

E la bellezza mozzafiato della natura?! La luna e le stelle, le farfalle di ogni colore e dimensione, i colibrì, le scimmie urlatrici, le impronte del giaguaro, il canto delle cicale, le stelle, la luna…

Ma no, di tutto ciò non vi parlerò. Scopritelo da soli.

Signora luna che mi accompagni
Per tutto il mondo
Puoi tu spiegarmi
Dov’è la strada che porta a me

Giuliana

Volontaria AMKA

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