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HIV in Congo: l'intervista a Faty

Counselor all’interno del progetto di Lotta alla trasmissione dell’HIV da 10 anni, Faty ci spiega in un’intervista che cosa è AMKA per lei e come è cambiato il suo lavoro dal 2004.

 
Ciao Faty, mi dici il tuo nome?
Faty Mbombo
Quanti  anni hai?
Ho 40 anni
Come hai conosciuto AMKA?
Dopo che ho terminato gli studi,  AMKA ha messo un annuncio per una offerta di lavoro, mi sono presentata, ho fatto un test e dopo mi hanno chiamato ed ho cominciato a lavorare per AMKA
Da quanto tempo lavori per AMKA?
Sono 10 anni
Mi dici come è composta la tua famiglia?
Siamo 4, io, mio marito, mia figlia e mio figlio di tre anni
Che lavoro fai?
Prima ad AMKA ero animatrice comunitaria e mi occupavo di seguire le attività delle donne nell’ambito del Progetto del Microcredito: davamo piccoli prestiti alle donne dei villaggi di Kanyaka e Kasamba per avviare attività nel settore agricolo e del lavoro a maglia. Durante la stagione secca le donne coltivavano pomodori, choux de chin, choux pommé, gombo…
Ed ora che lavoro fai ad AMKA?
Ho fatto consulenza per due-tre mesi nella zona del villaggio di Kanyaka, poi sono stata presa come assistente sociale all’ospedale di Katuba, faccio “counseling”.  Le donne vengono alla CPN (Centro Prevenzione Natale) per la prima volta e si parla con loro del  virus HIV, se lo conoscono, di cosa si tratta, di come si trasmette. Faccio il prelievo,  prima si deposita il campione al laboratorio che richiede due giorni di tempo e poi dopo una settimana chiamo la donna per comunicarle il risultato. Ho fatto questo per otto anni all’ospedale di Katuba, ora da due anni lavoro per AMKA presso la clinica universitaria. Quindi, dicevo, si comunica il risultato alla donna: se è positivo, la prendiamo in cura per seguire il programma completo.
Come si svolge la tua giornata: a che ora ti svegli la mattina?
Mi sveglio alle 5,30.
Qual’è la prima cosa che fai appena sveglia?
Prego, accendo il fuoco e metto l’acqua per lavarsi e per il tè  per la “Dada” (la figlia) che deve andare a scuola. Poi, siccome a casa non resta nessuno, preparo il riso per il pranzo dei ragazzi e verso le 7,00 porto i figli a scuola: alle 7,30 parto per andare alla clinica dove devo arrivare alle 8,00.
Come si svolge la tua giornata al lavoro?
Dipende dai pazienti che trovo in ufficio. Per esempio il martedì facciamo il monitoraggio  e le donne vengono in clinica per prendere i medicinali. Oppure posso arrivare in clinica e trovare una donna con il bambino malato, e siccome io non sono una pediatra, sono obbligata ad andare in Pediatria a cercare il medico che lo visita ed io poi gli do la medicina.
Le donne  vengono in clinica spontaneamente o sono state prima sensibilizzate sul problema che potrebbero avere?
Dipende: ci sono alcune donne che vengono per la prima volta e fanno il test. Se è positivo la prendiamo in carico alla PTME  (Prevention Trasmission Mére Enfant) per praticare la cura con antiretrovirali, affinchè dopo il parto il bambino non sia contaminato dal virus.
Fate sensibilizzazione nella clinica?
In clinica non facciamo sensibilizzazione come all’ospedale di Katuba. A Katuba le donne vengono, le riuniamo e con loro si parla su alcuni temi: sull’igiene delle donne incinta, come si deve comportare, si deve lavare, deve prendere medicine e deve fare la cura per la malaria. Dopo tutto questo introduciamo il  tema HIV e cominciamo a riceverle una per una. In clinica ci sono alcune donne sensibilizzate e alcune no.
E’ facile o difficile far capire alle donne incinte l’importanza di fare il test?
Prima era difficile. Ora è più facile perché alla televisione e alla radio si fanno comunicazioni sul tema. Ora le persone parlano più apertamente di questo tema, ma prima del 2004 era un tabù. 
Qual è la reazione della donna e della famiglia quando scoprono  che è positiva al test?
A volte le donne che risultano positive non lo dicono alla famiglia. Lo tengono segreto per paura dell’abbandonano. Noi consigliamo di parlarne con il marito: se lo dice alla famiglia la mamma potrebbe morirne.
Ma quando la donna lo dice al marito non si accusano l’un l’altra, sei tu che lo hai trasmesso a me e viceversa?
Spesso capita: allora diamo dei consigli e proponiamo anche al marito di fare il test.
Qual è la percentuale delle donne positive al test che non trasmettono il virus al bambino?
Su 100 donne che seguono l’intero protocollo e partoriscono da noi la percentuale è del 97%: solo 3 bambini su 100 sono positivi. Poi ci sono pazienti che vengono ad uno stato avanzato di gravidanza che non seguono il nostro protocollo fin dall’inizio: in questi casi il 40% dei bambini nasce contaminato. Lo scorso anno tutti i bambini nati da donne seguite da noi per l’intero periodo di gravidanza sono risultati negativi.  
Quando torni a casa qual’è la prima cosa che fai? 
Quando torno a casa vado dai miei figli, gli domando se hanno mangiato e preparo il “foufou” per la sera per il papà, per noi, poi mi lavo e poi dormo.
Che cosa è per te AMKA?
AMKA per me è l’Associazione che più di tutti ci ha aiutato, anche a terminare gli studi. Lavoro con AMKA, mi sono sposata e ho avuto figli. AMKA siete voi, AMKA è una buona Associazione.
Ti piace il tuo lavoro?
Si, il mio lavoro mi piace molto. Prima era difficile dire a qualcuno che è sieropositivo, ora sono abituata a questo, annuncio il risultato e do dei consigli. Le donne seguono i consigli e chiamano anche nel week end.
Quindi hai notato un miglioramento nel tuo lavoro da quando hai iniziato?
Si, perché ho fatto anche della pedagogia, ho studiato come assistente sociale. Prima non ero capace di accogliere le donne ed era difficile dagli i prodotti per la cura. Se la donna arrivava e diceva: “no, ho mal di testa… sto male…” era difficile seguirla. Ora ho fatto della formazione per l’accompagnamento psico-sociale per le donne che hanno il virus HIV ed ora sono capace: dopo la formazione è tutto più facile.  Anche se il medico non c’è, sono capace di aiutarle.
Tu sei contenta della tua vita?
Si, anche se lo stipendio di AMKA non mi basta e ci arrangiamo con altri lavori per nutrire bene i nostri figli.
Hai un sogno nella tua vita per te e la tua famiglia?
Ho molti sogni. Sogno che un giorno i miei figli vadano in Francia, in Canada o in Italia, così che possano essere aperti ad nuove culture. Se Dio ci aiuta, potranno terminare gli studi all’estero per fare nuove esperienze di vita.
 
 
 

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