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Pensieri su Abdul, gli sbarchi e l'Italia

 
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Il 20 aprile inizierà il processo per l’omicidio di Abdul Guibre, il giovane di 19 anni ucciso a sprangate a Milano la notte del 13 settembre scorso. Che tipo di informazione potrebbe essere corretta? Non lo so. Si potrebbe porre attenzione sul colore della pelle del morto e scrivere un pezzo sul dilagare di fenomeni razzisti in Italia. Si potrebbe sottolineare la banalità del reato: Abdul punito per aver rubato un pacco di biscotti. Potrei scrivere qualcosa sulla mancanza di sicurezza che ormai, in modo assolutamente bipartisan, viene vista come il male assoluto nel nostro Paese. Non lo so. Posso dire che cosa ho provato. Il 13 settembre ero in Congo, stavo scrivendo un pezzo per il blog di AMKA sui bambini di strada e mio padre lo commentò dandomi la notizia. Rabbia? Incredulità? Tristezza? Non ricordo che cosa ho provato. Probabilmente avevo una visione meno cruda della morte, dato che in Africa ci si convive più che in Europa. Ma adesso ripenso a quel delitto. C’è qualcosa che non va in questo mondo. Non ho altro da dire. C’è qualcosa che non va se qualcuno prova l’istinto di linciare un suo simile a colpi di spranga, sia esso uno “sporco negro” o un avvocato di Milano. C’è qualcosa che non va se in qualsiasi bar o ristorante si parli più dello “Special One” che dell’ecatombe di oggi al largo della Libia. C’è qualcosa che non va se anche io provo istinti, rabbia, stress che razionalmente non mi appartengono.
Abdul mi fa molta pena: occhi di un ragazzo italiano di origini africane morto per dei biscotti. Mi fanno pena i suoi assassini: una vita rovinata dalla rabbia. Mi faccio pena io e mi fa pena l’Italia, obbligata a vivere secondi ritmi, modelli, stili che non dovrebbero appartenere al genere umano. Ho letto che mediamente un cittadino romano che vive per 75 anni passa 4 mesi della sua vita fermo al semaforo. Quattro mesi! Un cittadino di Milano, ogni giorno, può godere di una visuale media di 12 metri. Poi c’è un ostacolo che impedisce di guardare “più in la”. Sia esso un palazzo, un muro o un cartello pubblicitario.
Trecento cittadini libici muoiono annegati per raggiungere le nostre terre, dove, bene che gli va, saranno anch’essi costretti a vivere mesi, se non anni, fermi al semaforo. In questo caso per lavoro. C’è qualcosa che non va. I ragazzi perdono il lavoro, Abdul viene ucciso a sprangate, il mediterraneo è un “cimitero salato” e anche io non riesco molto bene a “guardare più in la”.
 
Alessandro Di Battista

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