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Le parole di Guglielmo

Ho visto un bimbo di quindici mesi morire.

Mi era capitato molte volte di sapere che bambini seguiti all’interno dei nostri programmi avessero perso la vita. Questa volta però è successo lì, davanti alle pupille, tra i letti del nostro ospedale, in uno sguardo di un istante dilatato fino a diventare sempre.

La pelle liscia e molle che resta increspata al tatto della nutrizionista, lasciando piccole onde all’altezza della pancia, quasi fosse di argilla.

Le guance ancora soffici che sembrano respirare al ritmo dei soffi silenziosi del vento della mattina. Le palpebre chiuse su cui è stampato il sapore placido del sonno appena preso.

Le urla scroscianti di dolore delle donne stese a terra all’ingresso che alle orecchie si fanno ovattate, come se provenissero da un altro universo, lontano, sconosciuto.

In quell’istante, in quello sguardo perso per sempre, ho sentito il tempo rompersi e rovesciarsi in un presente senza più futuro, e ogni cosa nella stanza, fuori dalla finestra, ovunque, inghiottita definitivamente dal silenzio.

Con una tristezza pacata tipica di chi è abituato a vedere tragedie simili ogni settimana, le infermiere di turno ci raccontano che il bambino e la mamma sono arrivati al centro di salute nella notte, quando la disidratazione provocata dalla diarrea e la malnutrizione cronica avevano già condannato il piccolo a uno stato di semi-coscienza.

Il nostro ospedale non ha una sala di rianimazione o una incubatrice, è un piccolo centro di salute nel mezzo della campagna congolese, inghiottito in un territorio in cui basta una febbre non diagnosticata per condannare ad una morte prematura.

Di fronte all’arrivo del piccolo in uno stato disperato hanno provato a salvarlo con i pochi mezzi a disposizione; una perfusione di emergenza, il massaggio polmonare. Non è servito a nulla, se non ad accompagnarlo ad un ultimo soffio sulle guance della mamma con i primi raggi del sole arancio.

È morto di malnutrizione in una regione dove, ancora oggi, un bambino su cinque sotto i cinque anni soffre di malnutrizione acuta o grave.

È morto per una diarrea, in un fazzoletto di terra dove, ancora, una diarrea cronica rappresenta una patologia mortale e i fiumiciattoli inquinati dalle miniere ne sono la prima causa.

È morto tra le braccia di una mamma disperata, ma di una disperazione dura, fredda, di chi sa che non può durare più di qualche giorno perché ci sono altre bocche da sfamare e nessun aiuto piovuto dal cielo.

Di fronte a tutto questo ho sentito il cuore sprofondare nel grigiume della rassegnazione, il turbinio dell’ingiustizia incarnarsi in un quadro senza colore, scavato e imbrattato di nulla.

Un bambino di quindici mesi è morto di diarrea e malnutrizione e domani tutto riprenderà come se nulla fosse.

Il fiume di parole e movimenti seguirà come ieri, come una settimana fa, come sempre.

Il mio tempo no, quello si è fermato, e quando riprenderà a muoversi, già so che avrà un altro ritmo.

Mi chiedo quando il ritmo della nostra umanità assuefatta a tutto questo tornerà ad essere sconvolto, inorridito, gelato da quanto succede affianco ai nostri occhi.

Sino ad allora non vedo altro senso che quello di essere qui e lasciarsi sconvolgere da un paio di occhi di bambino, chiusi e immobili, che sembrano aver appena preso sonno.

Guglielmo Rapino

Operatore in Congo (RDC)

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