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Le Donne, L'Hiv e Lubumbashi…

Morirò domani. Non potrò camminare per il villaggio. E’ colpa mia.
Le donne di Lubumbashi e dintorni reagiscono così al risultato positivo del test Hiv.
E chi si occupa di accompagnarle nel percorso di cura parte da lontano; si inizia con le parole che devono essere semplici, chiare e legate all’orizzonte di queste madri che vivono il virus come una colpa o una punizione.
Faty, un’assistente sociale ed infermiera di Amka, quando chiede alle pazienti cosa sanno della trasmissione si sente spesso rispondere: “Ho sentito alla radio, si prende bevendo dalla stessa fonte, con un bacio o a causa della sourcellerie”.
La stregoneria, che a noi suona come fantasia, al di sotto dell’equatore, è una credenza radicata. Chi opera in questi contesti, portando avanti progetti di tutela della salute e prevenzione, si trova nel mezzo, in bilico tra l’irrazionalità della superstizione e la certezza della scienza medica.
Lo scopo del personale sanitario Amka è di convincere le donne incinte che si presentano in ospedale per i più svariati motivi, a fare il test HIV, e, nel caso risultassero positive, ad iniziare una cura in modo da evitare di trasmettere il virus ai loro bambini. Ma convincere queste donne a seguire l’intero iter di cure non è un’impresa sempre facile. Fify, un’altra assistente sociale di Amka, capisce l’importanza della comunicazione. Lo Swahili è la lingua preferenziale ma il francese aiuta laddove l’idioma africano non ha la parola scientifica che sia quella del virus o di una medicina. Un altro fattore essenziale ai fini della riuscita del progetto, è di istaurare da subito un rapporto di fiducia ed amicizia con la paziente. Il personale sanitario di Amka svolge infatti un ruolo di supporto psicologico oltre che puramente infermieristico: le pazienti sanno che con le loro infermiere possono confidarsi, sfogarsi, chiedere consigli. “A volte ci chiedono di aiutarle a dirlo al marito perché hanno paura di essere picchiate, abbandonate e ancor più che la voce si sparga nella comunità”.
In questo universo di credenza e fatalismo, portare il test e, in alcuni casi, la fredda risposta di positività significa ribaltare il mondo delle donne congolesi: “Alcune rifiutano di fare il test “ – racconta Faty – oppure piangono e di dimenano arrabbiate, si iniziano a calmare solo quando riusciamo a fargli capire che l’HIV è stata ormai classificata come malattia cronica, che può quindi essere tenuta sotto controllo con le medicine”.
In Congo più del 4% della popolazione è sieropositivo, e il 90% dei bambini sieropositivi sotto i 15 anni sono stati contagiati verticalmente, dalla loro mamma. Amka dal 2004 ha accolto più di 400 mamme, per inserirle nel progetto di lotta alla trasmissione verticale del virus Hiv; le segue durante la gravidanza, il parto e nei 18 mesi successivi. Una goccia in mezzo al mare, forse, ma il 99% di questi bambini nasce sano.
Caterina Grignani

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