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La tortura in Guatemala nel 21° secolo

Rigoberta è una donna maya che come tante altre donne ha partecipato al fianco dei guerriglieri alla guerra civile che sconvolse la popolazione guatemalteca per 36 anni, fino al 1996.
I genitori ed il fratello di Rigoberta Menchù furono le vittime di uno dei tanti massacri ad opera dell’esercito Guatemalteco.
“C’è a chi tocca dare il proprio sangue e c’è a chi tocca dare le proprie forze; perciò, finché possiamo, diamo la forza”.
Queste le parole di Vicente Menchú, padre di Rigoberta e leader della popolazione indigena, prima di morire insieme ad altre 37 persone nel tragico rogo dell’Ambasciata di Spagna in Guatemala il 31 gennaio 1980, appiccato dalle forze speciali.
Un clima di repressione militare e violenza politica che tra il 1970 e il 1980  ha causato dalle 50.000 alle 60.000 vittime (Amnesty International) ma il culmine delle violenze fu raggiunto sotto la presidenza del generale Efraìn Rìos Montt nel 1982 con la escoba, la scopa, anche definita strategia della terra bruciata. Oltre quattrocento villaggi furono rasi al suolo e gli abitanti furono massacrati e torturati senza pietà, causando 15.000 morti e 100.000 profughi. I massacri  e le violazioni dei diritti umani proseguirono anche negli anni Novanta.
L’attenzione internazionale ai massacri, alle violenze ed alle sparizioni cresceva con il passare degli anni e sicuramente il libro “Mi chiamo Rigoberta Menchù” (Giunti, Firenze 2006) frutto di  interviste che le fece Elizabeth Burgos in Messico negli anni Ottanta ha contribuito a far conoscere la triste storia del popolo guatemalteco. Ancora oggi, dopo un Premio Nobel per la Pace assegnatole nel 1992, la Menchù si sta facendo conoscere in tutto il mondo come attivista impegnata per promuovere la risoluzione dei conflitti, il pluralismo e il rispetto dei diritti umani.
In Guatemala i passi verso il riconoscimento ed i crimini perpetuati negli anni di guerra civile, faticano ad essere riconosciuti. Solo nel 2011 un giudice di Città del Guatemala ha condannato quattro ex soldati di un’unità armata per il massacro del villaggio di Dos Erres nella regione del Petén, avvenuto il 5 dicembre 1982.
201 uomini, donne e bambini furono torturati e poi uccisi. Molte donne e ragazze furono stuprate e diversi abitanti del villaggio, compresi dei bambini, vennero buttati vivi nel pozzo del villaggio.

Ma la violazione al diritto alla vita continua ancora oggi.
Vivo è il ricordo dell’immagine che ha fatto il giro del mondo di Carlos Daniel Gonzales, 6 anni, e la sorella Jimena Isabel, 4 anni, abbracciati dopo il massacro della loro famiglia avvenuto il 10 ottobre del 2012. Due giovanissimi sopravvissuti che hanno visto morire davanti i propri occhi ben 7 membri della famiglia: genitori, zii, nonni e i due fratellini di 8 mesi e 8 anni.
Oggi è la giornata mondiale contro la tortura ed i nostri pensieri sono rivolti a quelle vittime che vivono in paesi che, come il Guatemala,  ancora non rispettano i principi di libertà e i diritti umani fondamentali, nella speranza che il silenzio si rompa e che un altro mondo si inizi a costruire…

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