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La testimonianza di Giulia: una notte al centro di salute Amka

La notte di Karil

Giulia, volontaria in Congo per il censimento nutrizionale in Congo racconta una notte nel centro di salute Amka.

E’ notte fonda nel Katanga, la pioggia ha appena smesso di cadere ma il cielo è ancora coperto di nuvole e neanche una stella riesce a far capolino. Il nero ha inghiottito tutto: è uno di quei momenti in cui a occhi chiusi si vede più che a occhi aperti, scrutando nel silenzio la testa ricollega i rumori conosciuti e ricostruisce le cose intorno a noi… La savana si scrolla l’acqua pesante dalle spalle che si impasta al suolo con suoni sempre più attutiti.
Karil è stesa nel suo letto e ascolta questo rumoroso silenzio che le è familiare, da quando è infermiera responsabile del Centro di Salute il suo sonno è leggero, un orecchio sempre teso per anticipare il rumore dei passi nella notte, qualcuno potrebbe cercarla: il Centro è aperto per le emergenze 24 ore su 24 ed è l’unico in tutta la zona. Questa notte però sembra tranquilla, questa notte – pensa assopendosi Karil – forse riuscirò a dormire.
“Aidez-nous! Aidez-nous!” (aiutateci, aiutateci!). Qualcuno grida alla porta, Karil si stropiccia gli occhi e si scuote dal torpore, quanto tempo ha dormito? Un minuto o un’ora? Ancora nessuno spiraglio di luce, la sua mano va sicura a cercare la torcia accanto al letto. “J’arrive!” (Arrivo!) grida, annodandosi il pagne in vita esce dalla porta. Davanti a lei un uomo agitatissimo che la prende per un braccio camminando frettolosamente verso la clinica. Karil lo segue ma non capisce: l’uomo cammina ritto e spedito non sembra stare male. Nel buio del corridoio d’ingresso una macchia più scura si muove, Karil fa luce con la torcia: una donna accasciata per terra che si dondola tenendosi la pancia gonfia, vedendola il viso le si rasserena per un attimo, il parto è imminente! Karil si muove svelta all’interno della struttura buia, la mano scorre lungo le pareti, i suoi passi sicuri verso l’ufficio, prende le candele e corre a illuminare il reparto “maternità”: una camera con un paio di letti con accanto uno stanzino dotato di lettino da parto. L’uomo la segue sorreggendo la moglie che si è fatta silenziosa, il dolore e la fatica si percepiscono solo dal respiro trattenuto e poi affannoso. Karil la aiuta a salire sul lettino e sente la gonna bagnata, si sono già rotte le acque.
“Da dove venite?”, chiede al marito, “Katwatwa” dice lui. Katwatwa è un piccolo villaggio a una quindicina di chilometri dalla clinica, iniziate le doglie la donna – Sawara – si è messa in cammino e tra il buio e la pioggia non deve essere stato un viaggio facile. Il marito sparisce nel buio e Karil si mette in posizione, la luce della candela tremula e gialla l’aiuta nel lavoro. La donna non è al suo primo figlio e il parto procede in fretta quando si sentono delle voci all’esterno, passi concitati si dirigono verso la maternità.
“Dada!” dada è l’appellativo affettuoso con cui ci si chiama qui in Congo, appoggiata allo stipite sta Georgette, paziente da anni e ormai amica. Georgette è una ragazza didiciannove anni, alta e bellissima, vive a Kanyaka poco distante dalla clinica e negli ultimi mesi è venuta per dei controlli, perchè è alla sua prima gravidanza. Karil la guarda con uno sguardo veloce che però chiede tante cose, fa un respiro per riprendere il controllo della situazione e dice a Georgette di stendersi sul letto, che sarà presto da lei. Poi incrocia lo sguardo di Sawara, stanca ma pronta, e si scambiano un cenno, ci siamo quasi. E’ mezzanotte quando finalmente viene alla luce il suo bambino, 3,2 chili di salute! Ma neanche il tempo di lavarlo e ci risiamo: Georgette ha lo sguardo teso e preoccupato, il bambino è in anticipo, manca quasi un mese… Karil lo sa e la tranquillizza, esamina la situazione e fa un altro respiro profondo: pensava di avere più tempo invece manca poco e la sua amica dovrà iniziare a spingere.
Alza lo sguardo per controllare la candela che piano piano si abbassa quando qualcuno la chiama, “Non adesso!” dice lei sbrigativa, ma la voce la chiama ancora: “Mia figlia deve partorire” è Mama Mumba, il relais AMKA per il villaggio di Bifungo, durante le campagne di vaccinazione e sensibilizzazione nutrizionale le due donne hanno avuto modo di conoscersi bene: Mama Mumba non è tipa da accettare un no come risposta. Gloire, sua figlia, entra e si stende sul letto in modo che, accesa un’altra candela, Karil possa esaminarla. Fortunatamente la dilatazione è ancora minima, e lei può tornare da Georgette. La ragazza si fa coraggio, sa che è il momento di spingere ed è lì che inizia a cantare. Le donne africane hanno spesso un modo affascinante di affrontare il dolore, in particolare il dolore del parto; difficilmente urlano, spesso ripetono un suono, un nome, altre volte cantano. Nonostante la stanchezza Georgette ha una voce fresca e giovane, chiude gli occhi e ripete questa canzone popolare in swahili che racconta di alcune donne che si recano al fiume a prendere l’acqua.
E’ l’una, la candela da lunga e snella appare sempre più tozza, le donne della canzone hanno riempito gli otri e la bambina è nata, è piccola ma sta bene, urla e la sua voce riempie il silenzio lasciato dalla madre che tace, sfinita e contenta. Mama Mumba aiuta a pulire e sistemare per fare spazio alla figlia, sta diventando un reparto sempre più affollato! Gloire è al terzo figlio, è una donna seria e massiccia, con la stessa forza fisica e emotiva della madre. Ha la fronte imperlata di sudore, gli occhi nerissimi spalancati, partorisce senza emettere un soffio con le dita intrecciate a quelle di Mama Mumba per tutto il tempo. Karil è l’unica che parla: spiega, sprona, rassicura, con la stessa voce calma e incoraggiante che non tradisce paura o stanchezza. Anche il terzo parto finisce bene, sono le 2 e mezza quando lei sistema l’ultimo nato, un altro maschietto, nelle braccia della mamma e controlla anche gli altri pupi che dormono tranquilli. Silenziosa si lava e esce dalla stanza ma non se la sente di andare a casa e lasciare qui tutti questi nuovi arrivati… si stende sul lettino dell’ufficio, controlla i rumori, sospira sulla candela che si spegne esausta e crolla in un sonno profondo. > Il silenzio e il buio possono riprendere possesso del Katanga.
Giulia Boni

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