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DONA ORA

La silenziosa forza di Pascaline

Fin da bambina sono stata attratta dai concetti di forza e indipendenza.

Due volte, da allora, la mia interpretazione di questi due concetti è stata completamente ribaltata.

La prima è capitata in tarda adolescenza, quando ho smesso di identificarli in qualcosa che era al di fuori di me, in un modo di essere e di fare a cui aspirare e di conseguenza non naturale, fatto di rigidità, di distacco, di imperturbabilità. In quel momento, non durato propriamente un attimo, ho capito che essere forti non significa dover a tutti i costi bastarsi, non preclude il mostrarsi fragili, non si rispecchia in un sesso, e che si è davvero indipendenti quando si impara ad ascoltarsi.

La seconda è stata quando sono arrivata in Congo e ho avuto l’occasione di osservare e provare a capire cosa significa essere donna, qui.

La Repubblica Democratica del Congo è un paese in cui la parità di genere è ancora un’utopia. In Repubblica Democratica del Congo, specialmente nei villaggi, la maggior parte delle donne nasce con un percorso di vita già scritto, fortemente dipendente dall’uomo nella forma, incredibilmente autonomo nella sostanza.

Fin da bambine, le donne congolesi vengono responsabilizzate alla gestione della casa e ingaggiate in tutte le faccende domestiche: dal prendere l’acqua al pozzo o al fiume, al lavare i panni impregnati di terra rossa di tutta la famiglia, dal cucinare per ore e ore pentoloni di bukari, allo spazzare casa con una scopetta fatta di paglia e senza bastone, senza mai un aiuto. Le donne congolesi sanno che dovranno, si dovranno, trovare un uomo che desideri sposarle e che si impegni a mettere da parte i soldi per pagare la dote alla famiglia. Le donne congolesi sanno che avranno tanti bambini quanti “le bon Dieu voudra” e che poi saranno loro le sole responsabili del crescerli. Sanno che dovranno fare il possibile per contribuire al salario mensile della famiglia, coltivando i campi, vendendo i beignets, o facendo qualsiasi altra attività riusciranno a trovare. Le donne congolesi sanno, infine, che la poligamia non solo è una possibilità riservata esclusivamente agli uomini, ma che fa anche parte della prassi. Quindi, quando il marito partirà per settimane, senza dire nulla, per stare con un’altra donna, loro non potranno fare nulla se non aspettare e continuare a fare quello che stavano facendo, senza se e senza ma.

È qui che ho conosciuto Pascaline.

Ho incontrato Pascaline durante la riunione di presentazione di un progetto di attività produttive messo in campo da AMKA con l’obiettivo di dare una possibilità di formazione e autonomia economica a un gruppo di mamme dei bambini che frequentano la scuola di Kanyaka. Pascaline era seduta in ultima fila ed ascoltava la presentazione con un’espressione incuriosita, ma vagamente dubbiosa. Ho capito con il tempo e ascoltando la sua storia che non riusciva a capacitarsi di come qualcuno volesse aiutarla nella propria personale battaglia alla sopravvivenza.

Pascaline ha 42 anni e 7 figli, 6 vivi. Abita a Kanyaka in una piccola casetta di mattoni rossi. Accanto alla casa c’è un minuscolo fazzoletto di terra dove coltiva mais e sombe, sufficienti a malapena a sfamare la famiglia. Il marito è partito qualche anno fa senza mai tornare. Ndjo vile – così è -, mi dice. Da allora la sua vita ha continuato esattamente come prima, con la difficoltà aggiunta di non avere il supporto economico derivato dal lavoro nei campi del marito e con la fatica emotiva che una situazione del genere comporta.

Quando l’ho conosciuta, ho visto un volto segnato dalla stanchezza e due occhi brillanti per la voglia di rivalsa. Quando le ho chiesto di raccontarmi la sua storia si è soffermata il tempo di dieci parole sul passato, raccontandomi dettagliatamente, invece, quello che potrebbe fare se avesse una zappa e qualche seme, in futuro. Ed in quel momento ho visto ancora più chiaramente quanto le attività di microcredito, specialmente rivolte alle donne, siano cruciali in contesti come questo.

In Congo ogni donna per il solo motivo di svegliarsi in questo complesso pezzetto di mondo è un esempio di forza straordinaria. Una forza silenziosa, tanto evidente da essere invisibile, che ha iniziato da poco il suo cammino verso l’indipendenza. Contribuire all’impegno di AMKA in questo percorso di emancipazione riempie il cuore alla me grande a dà un senso, squisitamente umano, ai pensieri della me bambina.

Elena Merlo

Volontaria di AMKA

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