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La salute in Congo (RD)

La salute non è tutto, ma senza salute tutto è niente. (Arthur Schopenhauer)

La salute in Congo: dati, analisi e  interventi.

Nei paesi a basso sviluppo umano (il cosiddetto “low human development”) non serve un tumore per aver paura della morte, basta il morbillo. Basta un corpo debilitato dalla malnutrizione e anche un ‘lieve’ malore diventa letale.
Uno dei diritti fondamentali, <<uguali e inalienabili>> dell’essere umano equivale al <<diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari.>> Inoltre <<La maternità e l’infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza.>>
In Africa per ogni 100mila nascite 500 donne muoiono di parto, in Europa 17[1]. Nella Repubblica Democratica del Congo l’aspettativa di vita alla nascita è di 52 anni, in Italia di 83 anni. La percentuale di mortalità dei bambini durante il parto è del 29% e su 1000 bambini 146 muoiono prima del loro quinto compleanno, in Italia 4[2].
La stragrande maggioranza dei decessi nei primi anni di vita avviene per la diarrea e la malaria, negli adulti per l‘Aids; il morbillo, la tubercolosi e la polmonite aggravano questa già precaria situazione. Ma le malattie non sono l’unico problema di questo paese immenso come la RDC, la cui estensione è grande quasi quanto l’Europa: le inefficienze dei sistemi sanitari e il difficile accesso alle strutture igienico-sanitarie (al 31% della popolazione è negato), peraltro inadeguate, fanno sì che il diritto universale alla salute e al benessere non sia rispettato.
I fattori che contribuiscono a negare questo fondamentale bisogno sono molteplici: la distanza dai centri ospedalieri, e quindi dall‘accesso alle cure mediche e alle medicine, incrementata dalla natura delle strutture ospedaliere a pagamento; la mancanza di vaccinazioni adeguate e su grande scala; la diffusa povertà e l’impossibilità di procurarsi il materiale necessario persino per i bisogni primari di igiene; non ultimo il problema dell’accesso all’acqua potabile.
Inoltre le condizioni di guerra in alcune aree specifiche e le condizioni di vita in generale non permettono di seguire le norme basilari di igiene e sicurezza sanitaria, nonché le indicazioni adeguate in caso di contagio, favorendo la diffusione generalizzata delle pandemie.
Non sono da escludere i fattori legati alla cultura, che accrescono i disagi inerenti alla salute: i matrimoni precoci, la inconsapevolezza delle tecniche contraccettive, l’ignoranza delle principali nozioni nutrizionali, la disinformazione riguardo alle malattie trasmissibili.
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I dati dell’Human Development Report del 2014 sono incoraggianti, mostrano che molti paesi con “low human development” hanno registrato un significativo avanzamento negli indici di sviluppo verso la libertà e l’indipendenza, che significa promozione e rispetto dei diritti umani, tutela e sviluppo sostenibile delle risorse ambientali, crescita e ampliamento dei servizi sanitari e sociali, alfabetizzazione ed educazione della popolazione, sviluppo economico locale.
Significa che qualche progresso c’è stato, in quella direzione, e che anche le varie organizzazioni no-profit attive sul territorio hanno contribuito a renderlo tale. Negli ultimi anni si è registrato un aumento di queste istituzioni[3], e una notevole crescita di volontari, soprattutto in Italia. Ma c’è ancora molto da fare, per incoraggiare le popolazioni, assisterle, per aiutarle a fare un altro passo in avanti e conquistare condizioni dignitose, per loro stesse e soprattutto per le nuove generazioni. Il percorso è lungo, ma l’autosufficienza deve essere possibile.
La Repubblica Democratica del Congo si trova al penultimo posto nella classifica dell’Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite.
Sembrano dati scontati, con numeri talmente alti che hanno poco di credibile, sono difficili da toccare, sembrano lontani, e troppo spesso tendiamo ad allontanarcene ancora di più, tendiamo all’indifferenza. Ma quando ti trovi a calpestare quella terra così rossa che non abbandonerà mai più i tuoi vestiti e la tua pelle, quando ti trovi a giocare e a cantare con quelle bambine per poi scoprire che sono già mamme da tempo, quando vedi con i tuoi occhi un loro bambino morire per una malattia curabile, ti rendi conto che quei dati hanno poco senso di fronte alla morte anche di un solo bambino, e ti rendi conto che a fallire siamo tutti noi, perché ogni singolo bambino su questa terra ha il diritto di crescere sano, di avere una vita dignitosa, quella che noi diamo per scontato solo perché abbiamo avuto il grande privilegio di nascere in un’altra area del pianeta, lontana da guerre, soprusi, ingiustizie.
Assicurare un intervento continuato, costante, reiterato, è soprattutto un nostro dovere morale; c’è bisogno di creare condizioni favorevoli perché le popolazioni disagiate possano risollevarsi e proseguire il percorso verso l’emancipazione. C’è bisogno di salute. E c’è bisogno di bambini in salute, perché i bambini sono il futuro, il futuro di tutti noi.
Il termine <<salute>> deriva dal latino salus -utis, che significa anche <<salvezza>>.
Beatrice Murgiano
 
[1]     Dati WHO aggiornati al 2013
[2]     Dati WHO aggiornati al 2012
[3]     Censimento delle istituzioni no-profit pubblicato dall’ISTAT nel 2013

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