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La Repubblica Democratica del Congo tra risorse e conflitti

Le dimensioni del Congo, eccezionalmente ampie, nonché l’insicurezza e la povertà delle infrastrutture, hanno da sempre costituito il principale problema per una corretta gestione del Paese. Così come i precedenti governi, anche l’attuale direzione di Kabila  trova serie difficoltà ad imporre la sua supremazia nel territorio ad est e nordest del Paese, province tra l’altro tra le più ricche di minerali e dunque, tra le più ambite dalle diverse forze in campo che, da anni, supportate dai padrini occidentali, sfruttano le risorse minerarie in modo incontrollato.
Il conflitto congolese nella regione del Kivu, iniziato negli anni Novanta, mai concluso e ciclicamente sotto i riflettori mediatici, rappresenta un perfetto esempio di come le risorse naturali abbiano finanziato e dato origine al conflitto nonché, plasmato le strategie di potere dei differenti belligeranti.
Volendo soffermarci su una lettura trasversale della guerra in termini puramente “economici”, è significativo l’esempio del coltan, minerale riccamente presente nella regione e rappresentativo della relazione esistente tra le risorse naturali locali e il conflitto.
Il  coltan – combinazione di due minerali, columbite e tantalite –  è un minerale essenziale nell’industria elettronica occidentale perché utilizzato in  tutte le nuove tecnologie per ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di nuovissima generazione, ad esempio nei telefonini, nelle videocamere e nei computer portatili.
L’80% delle risorse mondiali di coltan si trovano in Congo ed appare evidente che, proporzionalmente sviluppo delle nuove tecnologie hi-tech in occidente, sia aumentato l’interesse  rivolto al minerale il che ha portato ad una vera e propria corsa alle miniere da parte delle multinazionali.
Il minerale in realtà veniva sfruttato nel Paese già prima della Seconda Guerra mondiale ma il valore del coltan è aumentato in maniera esponenziale del 600% in soli tre anni di conflitto e continua tutt’oggi nel territorio orientale a generare scontri tra le diverse formazioni e gruppi ribelli.
Un rapporto Onu già nel 2002[1]  analizzava la questione ed accusa apertamente le compagnie impegnate nello sfruttamento delle risorse naturali del paese africano di finanziare indirettamente la guerra civile.
Esiste un comprovato mercato nero del coltan che coinvolge gruppi armati “ribelli” manovrati dagli interessi occidentali. Secondo i dati dell’ONU sono state circa 1500 le tonnellate di coltan esportate illegalmente dall’Africa solo tra la fine del 1998 e l’estate 1999.
Anche  un rapporto di Watch International del 2009[2] mette in luce come il commercio di coltan alimenti la catena di conflitti e sfruttamento, anche del lavoro minorile. A fronte di un prezzo di mercato che arriva fino a 600 $ al kg, la manodopera locale prende l’equivalente di 18 centesimi di euro per ogni kg di minerale estratto, paga che nel caso dei bambini scende anche a 9 centesimi al kg. .
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Ma in Congo il coltan non è il solo minerale oggetto di una caparbia e sistematica azione di sfruttamento. Anche oro, diamanti, rame e cobalto sono succulente attrattiva di ladri da tutto il mondo che garantiscono alle ricchezze del paese, canali d’uscita privilegiati. I minerali preziosi infatti volano su elicotteri, navigano su barche lungo i fiumi, passano frontiere nascosti nei camion o nelle tasche dei contrabbandieri senza grandi controlli attraversano i confini dei paesi viciniRwanda, Burundi e Uganda, primi complici dell’illegalità organizzata.

Questi paesi, infatti hanno dati di export molto superiori alle reali risorse minerarie dei propri territori , grazie al contrabbando che percorre il loro suolo e che poi si dirama di soppiatto in tutto il resto del mondo, tramite acquirenti internazionali.

Famoso il caso del gruppo Traxys in Lussemburgo, emerso a seguito del rapporto di un gruppo di esperti delle Nazioni Unite, che commerciava metalli preziosi saccheggiandoli direttamente dai territori congolesi[3]o quello della società belga Trademet. Tutti intermediari che vendono poi  i minerali alle multinazionali, riuscendo così a “ripulirli”.

Sono tanti i burattinai occidentali, complici dello sfruttamento delle risorse in Congo e presenti direttamente sui territori, oramai, con decine di compagnie. Stati Uniti, Canada, Inghilterra, Belgio,Malesia ed  in tempi più recenti anche India e Cina, che nel 2009 ha chiuso con il governo del presidente Kabila un contratto secondo il quale la potenza asiatica ha diritto a estrarre 10 milioni di tonnellate di rame e 400 mila di cobalto nello Stato del Katanga in cambio di investimenti in infrastrutture di un valore pari a 6 miliardi.

La costruzione di infrastrutture e soprattutto di strade da parte dei cinesi nella zona di Lubumbashi, di cui la stessa AMKA dal 2009 è testimone, sembra essere però particolarmente furbesca.

Le strade rifatte in questi anni, in maniera particolare è possibile citare il caso della Kasumbalesa unica via che collega il Congo allo Zambia, sono nella maggior parte dei casi le stesse vie di “fuga” dei preziosi minerali, che attualmente viaggiano su enormi camion, sotto l’ala protettiva cinese.

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Gli stessi camion che, altrimenti, avrebbero dovuto percorrere impraticabili strade sterrate per uscire dal Paese e che, con la loro mole e a causa degli alti tassi di percorrenza di queste strade, stanno in poco tempo già usurando le stesse strade costruite, in teoria, per la popolazione congolese.

Morale della favola, gli anni passano e i riflettori sullo sfruttamento delle risorse in Congo si accendono e si spengono ad intermittenza, seguendo la scia di denuncie, report e inchieste, ma nulla cambia. Il governo di Kabila con la scusa di regolarizzare sta invece svendendo le ricchezze del Paese  in cambio di guadagni troppo miseri e che non si tramutano mai in benefici per la popolazione, che resta invece poverissima.

Emanuela Castellano
 
[1] Per un approfondimento: www.conflittidimenticati.it/cd/docs/1645.pdf
[2] Per approfondire: http://watchinternational.wordpress.com/2009/05/17/congo-welcome-the-congo-conflict-minerals-act-of-2009/#more-75
[3] Per maggiori approfondimenti: http://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/734EEED1A6CB90B7C12575B0004D5236-Full_Report.pdf

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