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La morte differente

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Santa Rita – Municipio La Libertad – Peten, Guatemala.

Si stima* che il conflitto armato in Guatemala (1961 – 1996) abbia prodotto 200.000 vittime innocenti.

 

45.000 è, ancora oggi, il numero delle bare vuote, silenziose, ma urlanti di giustizia.

 

430 sono i villaggi rasi al suolo ed ora non compaiono più nelle mappe del Paese.

 

L’esercito e le Pattuglie di autodifesa Civile (PAC) si sono macchiati di oltre 600 massacri, il più delle volte, a danno delle popolazioni indigene. Dovunque vada in Guatemala conosco persone che mi parlano degli anni della guerra e di qualche parente desaparecido. “Mio fratello non aveva nulla a che fare con i guerriglieri, ma sono arrivati gli squadroni e se lo son portato via”. “Io sono riuscita a fuggire, ma prima ho visto sparare in testa a mia mamma e a mio papà”. “Hanno ucciso mio cugino perché dicevano che aveva troppi polli. Secondo l’esercito li avrebbe regalati ai rivoluzionari”.

 

L’odore della morte, da Hernan Cortez in avanti, si respira quotidianamente nelle terre maya. Sarà per questo, sarà perché si continua a morire di malattie diventate banali nel nord del mondo, o sarà per specifiche ragioni culturali, ma si parla e si affronta la morte in modo completamente differente rispetto a quanto capita di fare a noi.

Donna Julia è morta la settimana scorsa, il diabete l’ha portata via abbastanza giovane. Julia è la mamma di Guaio, un mio buon amico che vive a Nuevo Horizonte, la comunità con cui sto lavorando seguendo un progetto di istruzione alternativa.

 

Ero stato a visitare Donna Julia appena arrivato in Guatemala. Una domenica mattina, stretti in un camion come bestiame mandato al macello, siamo partiti per andare a giocare a calcio a la Libertad. Tornando, ci siamo fermati a Santa Rita e abbiamo fatto visita alla signora malata. Casa sua era un’esplosione di confusione. Ricordo la sua stanza. Lei era distesa su un letto e rifiutava una minestra. Sull’altro letto dodici ragazzini ridevano e strillavano mentre nel salottino una ventina di parenti bevevano caffè.

 

Mi ha stupito quell’atmosfera, a me così estranea. La morte non è mai una festa; in qualunque momento e per qualunque persona arrivi porta con sé dolore e lacrime. Ciononostante ci sono infiniti modi per affrontarla. De Andrè dice che “quando si muore si muore soli”, forse è così, ma forse no. Donna Julia mi è sembrata molto sofferente, ma non mi è sembrata sola, e chissà che le urla e le risate dei nipoti, a volte esagerate, non le abbiano addolcito il trapasso. Mentre la donnina, mangiata dalla malattia, tossiva, e ogni colpo di tosse sembrava avvicinarne la fine, un paio di minuscoli bambini giocavano a biglie sul suo letto sfruttando le sue esili gambe come parte della pista. Cosa pensava Donna Julia? Non lo so.

 

So che se fosse stata mia zia, nessun mio parente mi avrebbe concesso quel gioco. Mi avrebbero rimproverato chiedendomi maggior rispetto e dicendomi che non sapevo cosa fosse la morte. Eppure anche da adulti non lo sappiamo affatto. L’ho chiesto a due bambini di Horizonte. Con la ricchezza della loro semplicità mi hanno spiegato perfettamente cosa essa sia. “Muori, ti mettono in una cassa di legno, poi arriva tanta gente a vederti e i tuoi parenti danno pane dolce e caffè per tutta la notte. Poi ti mettono sotto terra e dopo nove giorni ritornano a casa dove sei morto e mangiano e bevono”.

 

Io, dopo averci pensato a lungo, non saprei dare definizione migliore della morte in Guatemala. Ho partecipato alla veglia funebre di Dona Julia. L’atmosfera era ancora più composita. Dalle 10 di sera alla 4 del mattino sono passati di fronte alla bara uomini ubriachi di birra e rum, bambini con pallone, polli, cani, donne che continuavano a servire caffè. Appena fuori dalla casa i più grandi giocavano con carte francesi a un gioco simile alla scala 40. Al termine della partita c’era chi ringraziava la defunta per la vincita appena consumata. Mi ha sconvolto la naturalezza dello spettacolo.

 

La morte è tragica, ma lo è anche la natura. Dalle nostre parti non facciamo altro che allontanare dalle menti, a volte con violenza, l’idea che siamo esseri limitati e che, presto o tardi, ci sarà per noi una fine. I mezzi di comunicazione trattano i decessi con un pathos esagerato e a volte fuori luogo che influisce nel farceli percepire avulsi alla nostra realtà. Forse perché pensare alla nostra morte ci permetterebbe di dare un valore più equilibrato alle cose e al senso del possesso. E questo è pericoloso. Perché impiegare la maggior parte del tempo a nostra disposizione nell’accumulazione se tanto siamo destinati a perdere tutto? La morte, funerali esclusi, non è produttiva per il sistema in cui viviamo. Meglio sbatterla fuori dalla porta, “ci penserò quando sarà tempo”.

 

Eppure questo meccanismo non fa i nostri interessi. In apparenza ci fa vivere più sereni ma ci trasforma in esseri altamente impreparati all’unica certezza della nostra esistenza. Ed è per questo che la perdita di un caro rappresenta un dolore a volte inaccettabile. Ce chi non trova più la forza per vivere se perde un figlio. Ciò non avviene in Guatemala. Per questo fermarsi, prendersi il giusto tempo, superare con coraggio quel primo senso di angoscia che proviamo nell’imbatterci nell’ignoto con il pensiero, potrebbe essere un buon esercizio, non tanto per comprendere, ma quantomeno per accettare l’ineluttabile. E allora si che potremo dedicarci a tutto quel pacchetto di scoperte e azioni capaci di esorcizzare una tragedia pendente.

 

 

In Guatemala sono all’ordine del giorno. Risate, ubriacature moleste, pentole di caffè, sigari da lasciare sulle tombe, antichi riti maya mischiati con Ave Maria durante i quali sacrificare polli ai defunti. La morte in Guatemala fa parte della natura. Per questo una mamma mi ha chiesto di prendere in braccio uno alla volta i suoi cinque figli per fargli vedere, nella bara ancora aperta, Donna Julia morta.

 

La morte in Guatemala è parte della vita. Meglio prenderne atto e provare a ingentilirla. Meglio dipingere il cimitero di colori sgargianti che renderlo un posto ancora più triste di quello che già è per la sua funzione. Meglio la confusione a casa di Donna Julia che il rispetto silenzioso. La straordinaria bellezza del cimitero di Chichicastenango, nella regione del Quichè, è un esempio di tale differente approccio. Un trionfo di colori e architetture che alleviano le sofferenze dei vivi e allietano la permanenza dei morti. Un cimitero che a guardarlo bene, ti fa venire quasi voglia di morire.  

 
*Informe Guatemala Nunca Mas – realizzato da REMHI
 
Alessandro Di Battista

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