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La comunità del Pato: la gonna gigante

Passo da qui. Con il cuore a galla. Con la curiosità di conoscere la comunità del Pato ma senza affrettarmi. Chino la testa. Placata da quel suono: sento bimbi singhiozzare, parlare, giocare. Qualcuno viene di corsa dal sentiero. Figure pesanti occupano l’aria. Le facce appaiono sbiadite dal finestrino del microbus. Visi curiosi e timidi che salutano e sorridono.
Espressività!
Bambini in bicicletta. Osservano.
Donne sedute con gambe larghe e il loro bimbo in grembo.
Scoppi di voci invadono la mia testa e come razzi scorrono fino alle mie orecchie. Al Pato parlano una lingua sconosciuta: il Quichè. In pochi qui conoscono lo spagnolo. I cani urlano dalla strada. Scendo dal microbus con Rony e gli altri compañeros e salutiamo gli abitanti del Pato che erano lì ad aspettare il nostro arrivo.  Così timidi e silenziosi negli occhi e nello sguardo… Eppure un orecchio attento sente, fin dal primo tocco, la vibrazione del loro corpo mormorante come se dentro vi fosse un motore.
E io ho il cuore a galla.
Camminiamo verso i campi: distese di verde. Libertà! Ecco il SESAMO! Una risorsa importante per la comunità! Quanto orgoglio… in quel campo c’è anche un po’ di aiuto che viene dall’Italia. Il mio cuore che era a galla, si scuote. AMKA! Svegliati cuore mio! Sprofonda e tocca le radici di questo posto. In questo luogo vivono molto: si alzano all’alba sotto il sole cuocente e lavorano  per vedere crescere piano piano il seme nascente. Vita!
Fatica.
Vedo bimbi a piedi nudi. La loro pelle appena nata è già dura… Fortificata dai sassolini disposti su questa terra sacra. Entriamo in una stanza… Le donne hanno cucinato per noi riso, fagioli, tamales, verdura piccante. L’odore del mais riempie il mio olfatto. Con una delicatezza e un garbo così toccante, tutti attendono che sia uno di noi volontari  a riempire per primo il piatto. Si alza Nisio che con il suo braccio teso infonde coraggio. Iniziamo a mangiare. L’acqua è poca e non fa bene al nostro stomaco viziato. Abbiamo sete e fa caldo ma proviamo a non far caso ai corpi sudati e disabituati.
Ospitalità!
Ana si avvicina e mi offre un tamales.
Ana parla lo spagnolo. Ogni sua parola è un dono prezioso. Mi racconta che fino a qualche tempo fa, le donne del Pato potevano solo stare a casa per cucinare, senza parlare o partecipare. Ora è diverso. C’è stato un grande miglioramento.
Infatti, durante l’assemblea, sono proprio le donne le prime a chiederci aiuto per nuovi progetti di empoderamiento. Il seno nudo per i loro bimbi affamati di latte. Con il loro sorriso queste donne riempiono di colore la stanza. Con le gonne e gli abiti tipici cuciti con le loro stoffe. Ana parla tranquilla e libera. Sembra una farfalla. E il mio cuore che prima era a galla, ora e per sempre rimane attaccato all’orlo di questa gonna gigante che è il Pato.
Annamaria Biccari

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