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La clinica della Katuba

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Un progetto molto importante dal punto di vista della prevenzione e della cura è quello riguardante la lotta alla trasmissione verticale del dell’HIV/AIDS.
L’Ospedale del quartiere della Katuba e la Clinica Universitaria (città di Lubumbashi) sono le due strutture dove AMKA realizza il suo intervento. Abbiamo accompagnato per un giorno intero Faty, animatrice congolese di AMKA, alla clinica della Katuba. All’interno di questa struttura, oltre ai vari reparti (pediatria, sala parto etc.), esiste anche un servizio di counselling per le donne incinte che ha l’obiettivo di informarle sul problema dell’HIV, sulla prevenzione, la trasmissione e le eventuali cure farmacologiche.
Quando le donne incinte arrivano per un controllo generale sullo stato di gravidanza, vengono anche informate della possibilità di effettuare gratuitamente il test dell’HIV. Qualora accettino di sottoporsi al test, dopo tre giorni, viene comunicato loro il risultato. In caso di esito positivo, le vengono consegnati i medicinali e vengono indirizzate verso il progetto PTME (Programme Transmision Mere Femme) il cui scopo è impedire la trasmissione dell’HIV dalla mamma al neonato. Il passaggio della malattia è scongiurato attraverso la somministrazione sia alla mamma che al  neonato di farmaci antiretrovirali e di latte artificiale, qualora la carica virale della madre risulti troppo alta. La percentuale di successo di questo progetto è altissima, su 80 donne incinte affette da HIV, solo tre dei bambini contrae la malattia.
Oltre ai problemi materiali (ricerca di fondi per sostenere i costi dei test e delle medicine – continuo monitoraggio delle donne inserite nel programma), purtroppo sono ancora i retaggi culturali che rischiano di mettere in pericolo la buona riuscita del progetto. Molte donne rifiutano di sottoporsi al test perché hanno paura di essere allontanate dalla comunità di appartenenza o dal proprio marito. Altre donne, anche se accettano di sottoporsi al test, non ne accettano il responso, ritenendo la malattia causata dalla stregoneria e quindi rifiutano sia di sottoporsi alle cure, sia di avvertire i familiari del rischio di esposizione.
La maggior parte del rischio di contrazione della malattia va infatti ricondotta all’omertà: un marito affetto non avverte la moglie, non usa il preservativo ed infetta così la moglie ed i figli e viceversa. Alcune storie di donne che frequentano il centro ci aiutano a comprendere meglio il clima culturale locale. La prima storia riguarda una giovane donna la quale ha contratto l’HIV dai genitori attraverso le lamette del rasoio. Dopo la loro morte, la famiglia della ragazza ha deciso il suo matrimonio con un uomo anch’egli affetto dall’AIDS. Dall’unione è nato un bambino, ovviamente malato, morto all’età di sei mesi. Il clan ha in seguito deciso di separare la coppia. Adesso la donna frequenta l’Università e la sua famiglia è in procinto di trovarle un altro marito il quale, probabilmente, non verrà informato della malattia della futura moglie. La seconda storia riguarda una donna che ha contratto l’HIV a causa del marito. Dopo aver scoperto la sua malattia egli non ha informato la moglie e ha cominciato a curarsi nella città in cui si era trasferito per lavoro. Nel frattempo il loro bambino ha avuto bisogno di una trasfusione, effettuatagli dalla madre a sua volta malata inconsapevole. Per riassumere quindi, il marito ha infettato la moglie, che inconsapevolmente ha a sua volta infettato il bambino di 6 anni. La moglie è stata messa al corrente della malattia dal marito nel momento in cui è rimasta nuovamente incinta. La situazione attuale è che il marito è morto, il neonato è morto all’età di 3 settimane e il bambino di 6 anni  raggiungerà difficilmente l’età di 30. Sono storie forti e dure, ma aiutano a capire il clima e le motivazioni del nostro lavoro.
 
Francesca Santinelli e Alexandra Viola

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