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KANYAKA: UNE NUIT A LA BELLE ETOILE

Kanyaka: Une Nuit a la belle Etoile

È trascorso più di un mese dal 29 giugno, ultimo giorno della Campagna di Sanità Mobile del mese. L’indomani, la Repubblica Democratica del Congo avrebbe festeggiato il suo 56° anno d’indipendenza dal dominio belga e tutto il paese si preparava ai festeggiamenti.

Eravamo di ritorno dal villaggio di Mwamba, situato al confine con lo Zambia, quando a causa di un guasto tecnico al veicolo abbiamo dovuto improvvisare un cambio di programma: non si rientrerà a Lubumbashi come previsto, ma si dovrà passare la notte al villaggio di Kanyaka. La strada Kasumbalesa, unica via di comunicazione verso lo Zambia, è incenssantemente frequentata da grossi TIR che esportano i minerali verso i Paesi vicini e proprio a causa del traffico non è prudente percorrerla al calare del sole. Comunico a Francesca e Letizia, le due ostetriche volontarie che erano con noi, il cambio di programma; mi guardano un po’ pensierose e spiego loro che non possiamo fare altrimenti.

Arriviamo al Centro di salute di Kanyaka che è già buio. Io e Augustin, il nuovo infermiere al suo primo giorno di prova, ci sistemiamo nel Centro di salute nella stanza di degenza degli uomini nella quale è ricoverato un signore di 56 anni di nome Ilunga. L’uomo si trova in degenza al centro da più di un mese; affetto da malaria e gravemente malnutrito è stato abbandonato dalla famiglia che vive a non più di un chilometro di distanza. A Francesca e Letizia va decisamente meglio e vengono ospitate in casa da Karil, l’infermiera nutrizionista in servizio al centro.

Prima di coricarci, l’equipe di AMKA Katanga e il personale sanitario, preoccupati che ci sentissimo a disagio, si sono prontamente adoperati per cercare qualcosa da mangiare. Il menu per otto persone prevede il bukari, un piatto di salsa di pomodori che Karil ha preparato al momento ed una scatola di sardine importate. Al lume di candela ci sediamo a tavola e mangiamo quel poco che c’è ma che è tutto ciò che il villaggio può offrire. Come spesso accade l’argomento di conversazione ruota attorno alle differenze tra Italia e Congo e la curiosità anche per i dettagli è tanta da entrambe le parti.

È tardi, lasciamo le ragazze con Karil e ci dirigiamo verso il centro di salute. Io e Augustin entriamo nel centro, mentre l’autista e Desiré ci informano che avrebbero dormito nella Jeep; non è sicuro nella brousse lasciare la macchina incustodita di notte. Rimaniamo svegli a chiacchierare nell’ambulatorio fino a mezzanotte, quando finisce la candela. Andiamo a coricarci, lo spazio nel letto è minusccolo per due persone. Non riesco a dormire e credo che lo stesso sia per il mio compagno di letto. La notte scorre lentamente e l’uomo che dorme in stanza con noi non riesce a dormire a causa dei forti dolori. Ci alziamo più volte nel corso della notte per chiamare Jean Paul, l’infermiere responsabile del centro, che visita l’uomo e gli prescrive degli antidolorifici per sopportare le fitte. La sua situazione è grave e l’infermiere non è ottimista.

Sono le sei di mattina quando ci svegliamo pronti per rientrare in città. Svegliamo le ragazze e partiamo. Lungo il tragitto, assonnati e infreddoliti, ci confrontiamo tra di noi raccontandoci della nottata appena conclusa. Mi dicono che dopo aver preparato la cena, Karil ha lasciato loro il propio letto mentre lei, con il figlio e la cugina di quindici anni, ha dormito sul divano.

Arriviamo a Lubumbashi stanchi. Colazione veloce e le ragazze si preparano per fare il turno  in clinica mentre  io torno al lavoro. La settimana dopo torniamo a Kanyaka e ringrziamo ancora una volta tutti per l’accoglienza riservataci. Purtroppo veniamo a sapere che durante il fine settimana l’uomo che era ricoverato al centro è venuto a mancare e che l’intero villaggio per questo era in lutto.

Il mio ringraziamento va all’equipe di AMKA Katanga e al personale del centro di salute di Kanyaka. È stato grazie alla loro sensibilità e alla loro premura che un imprevisto come quello accaduto si è trasformato in uno di quei momenti di scambio profondo che porterò sempre con me.

Federico Munaretto

  

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