“ KANTOR ILO, KANTOR ILO, KANTOR ILO”

L’avventura è finita. Tre settimane sono passate in fretta, troppo in fretta.               

Mi sembra troppo presto per dire addio a questa terra, vorrei poterci restare ancora. Ogni giorno qui, è stato incredibile, non un momento è stato sprecato. Ho cercato di vivere tutto al massimo e ancora non mi sembra abbastanza, vorrei avere altre tre settimane.                       

È incredibile, i giorni prima della partenza stavo morendo di paura, l’ansia e l’agitazione mi accompagnavano in ogni momento della giornata. Ero sempre a chiedermi: “Perchè? Perchè Valentina ti sei messa in questa situazione? Chi te lo ha fatto fare?”

Poi sono arrivata qui, a Lubumbashi, e le emozioni sono state tante, davvero tante e diverse, ma mai ho provato paura ed ansia; che strano, l’ansia, che mi ha sempre accompagnato in tutta la mia vita,ad un certo punto mi ha abbandonato. E lo ha fatto qui, nella brousse congolese ( zona di boscaglia/savana), tra le case di mattone fresco e paglia, nel silenzio più incredibile, tra i sorrisi dei bambini ed i belati delle capre.

Prima di partire, una delle mie ansie più grandi era che sapevo che sarei cambiata. Questo non è un viaggio come gli altri, non è un viaggio turistico, non è relax. Qui, vivi il cambiamento interiore, ti mescoli con un’altra cultura (completamente diversa), scopri nuovi orizzonti e ti metti in discussione, sempre. 

Ho desiderato tanto questo viaggio, fin da piccola sognavo l’Africa, ma non si può essere pronti a ciò che si vede, neppure se vedi tanti film e documentari.

Ogni giorno, in sette/otto andavamo in brousse con la jeep, attraversavamo la strada piena di buche, di sentieri tortuosi e difficili, per raggiungere i villaggi. Quando ne attraversavamo uno, i bambini, davanti alle loro case, interrompevano i giochi, alcuni solamente per salutare i “musungu” (i bianchi), altri per rincorrerci. 

Una delle destinazioni che più ho amato è stato il villaggio di Mosè, lì, io e Simona, facevamo il prescuola a tantissimi bambini. 

La prima volta che  giungemmo li, rimarrà indelebile nella mia mente. 

Scesi dalla jeep, il paesaggio era affascinante: piccole case di mattoni freschi con i tetti di paglia, donne e uomini, fuori dalla porta di casa, a guardarci incuriositi, quanto noi. La terra, gialla, sotto i miei piedi. L’erba, alta e secca, incorniciava il villaggio. E poi gli animali, maiali, capre, galline e pulcini che mi camminavano attorno.

Il silenzio. Lì ho scoperto che non lo avevo mai sentito nella mia vita. Il silenzio, interrotto solo dalle risa dei bambini.  Sarà impossibile dimenticarmi dei loro visi, della gioia che mi hanno donato. 

Nella brousse, i bimbi corrono a piedi scalzi, con le maglie piene di buchi e forse mai lavate, piene di mosche addosso giocano con i sassi e la sabbia, ma sorridono, mi sorridono e sono felici. 

Quel giorno, finita la prescuola, ci siamo diretti verso la jeep, tutti i bimbi volevano salire.  Alcuni sono saliti con noi perchè vivono in altri villaggi e il percorso a piedi è lungo, a volte anche 40 minuti, magari portando al collo il fratellino o la sorellina più piccolo.                                                                   

Sulla jeep eravamo in tanti, tutti ammucchiati e stretti gli uni agli altri. Questo, lo ricorderò come uno dei momenti più emozionanti di questo viaggio: noi, la jeep, dieci bimbi dietro, affianco o sopra di me, la strada distrutta, la sabbia ovunque, il sole davanti a noi ed un unico grido: “ KANTOR ILO, KANTOR ILO, KANTOR ILO”.

Non credo sia possibile far capire a chi qui non c’è mai stato, quello che ho visto, ciò che ho provato. Lo terrò per sempre dentro me, e lo rivedrò solo negli sguardi dei miei compagni di viaggio.

À tout a l’heure.

Valentina

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