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Il viaggio con i volontari continua: le parole di Marco direttamente da Mataba

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Continuano le esperienze dei nostri volontari in Congo: il primo gruppo è rientrato a roma carico di emozioni e di racconti e già la seconda squadra è arrivata sulla nostra amata terra rossa africana.

Da qui, tante persone continuano a sostenere e accompagnare questo viaggio grazie anche all’appoggio straordinario di Privalia e Groupalia che hanno offerto le loro vetrine per promuovere il nostro lavoro. 

E mentre click dopo click si aggiungono importanti tasselli  del progetto, i nostri volontari ne vivono in prima persona l’effetto concreto.  Ecco i racconti di Marco direttamente dall’Africa nera:

“Mi trovo nel villaggio di Mataba. Oggi io e Giselle, la nutrizionista che a detta di Papa Celestin prenderò in sposa a breve, visiteremo a domicilio i bambini indicati nella lista che lei mi chiede di tenere. Vedo che alcuni nomi sono evidenziati in rosso, altri in giallo. Chiedo spiegazioni. Apprendo che un mesetto fa nell’unità nutrizionale del Centro di Salute costruito da Amka a Kaniaka si sono tenuti dei controlli. I bambini visitati sono stati classificati come verdi, gialli o rossi a seconda che fossero sani, malnutriti o gravemente malnutriti. In base ai diversi casi si è proceduto distribuendo periodicamente pasti mirati direttamente al centro, ricoverando i pazienti o , nei casi più gravi, trasferendoli in città nell’ospedale Sendwe. E’ passato del tempo e dobbiamo valutare se le cure hanno avuto gli effetti desiderati.. L’inizio è pessimo: Veronique, bambina segnata in rosso, non potrà essere visitata perché deceduta. Mi tornano in mente le parole di Gino, studente di medicina che ha svolto degli studi in Congo per Amka: quando malaria e malnutrizione si incontrano, circostanza assai frequente in Congo, nel soggetto si generano forme molto gravi di anemia, spesso fatali.

Nel darci la triste notizia la relais di questo villaggio, cioè l’abitante che collabora alla realizzazione del progetto ricordando alla popolazione di recarsi al centro di salute o di sottoporsi ai trattamenti prescritti, mostra una naturalezza sconcertante. Le visite successive vanno meglio. Arrivati nei pressi delle capanne veniamo accolti con una calda e serena ospitalità, la prima preoccupazione per i padroni di casa è trovare un appoggio per farci sedere, a costo di rimanere loro stessi in piedi. Si tratta di sedie ma soprattutto di sgabelli, secchi capovolti e taniche vuote. Mi rendo conto che rifiutare è un comportamento che sfiora l’offensività. In ogni casa agganciamo la bilancia a un ramo, poi infiliamo ai bambini una culotte che assicuriamo al gancio inferiore della bilancia per pesarli. Alcuni sono divertiti, altri impauriti, altri ancora si agitano sospesi in aria lanciando urla quasi demoniache.

Poi misuriamo anche altezza e perimetro brachiale. Confrontiamo i dati così ottenuti con dei valori-parametro raffigurati in un grafico che presenta sulle ordinate il peso e sulle ascisse i mesi di vita. La superficie del grafico è stratificata: verde, giallo o rosso. Se l’esito è verde, il bambino è completamente recuperato; se invece è giallo o rosso compilamo un jetòn, ossia un promemoria che ricorda di recarsi al centro di Kaniaka nel giorno da noi indicato. Fortunatamente non ci sono gettoni rossi, solo miglioramenti, guarigioni e qualche rara situazione di stallo. Sono contento. Giselle argina il mio entusiasmo: è periodo di raccolti. Finite le visite a Mataba ci incamminiamo verso Bifungo. Elisa si aggiunge alla compagnia perché nel frattempo ha terminato la sua attività al pre-scuola.

Camminiamo respirando l’aria calda e secca lungo il sentiero arido e polveroso, avvolto da terre brulle e termitai. Dei passanti ci dicono che Bifungo non è lontana. Da buoni europei bolliamo il loro parere come inattendibile, sappiamo che possono percorrere chilometri solo per prendere un po’ d’acqua o andare a scuola. Perplessi continuiamo la marcia, facendoci cullare da un silenzio turbato solamente dal rumore dei nostri passi. Finalmente una casa. L’accoglienza è la solita. Inizia la pesa ed Elisa prende il mio posto nel trascrivere i dati raccolti da Giselle.

 Mi cade l’occhio su tre bambine, osservano incuriosite i fratelli più piccoli appesi alla bilancia ma soprattutto noi “Bazungu” che invadiamo la loro quiete domestica. Istintivamente allungo una mano per dare un pizzico sulla pancia di Lumière, la media. Il loro religioso silenzio si dissolve, rompono le righe e divertite iniziano a ronzarmi intorno, pronte a sussultare gioiosamente ad ogni mia repentina girata. La banalità del mio gesto è accolta come inusuale alternativa a una routine scandita da stenti, lavoro nei campi e faccende domestiche, tanto da spingere le tre bambine a seguirci nel nostro cammino verso Bifungo. Continuo con gli scherzi ma osservo stupito come al mio primo segnale Lumière e compagne non esitino a tornare all’ordine, cosa per niente scontanta nel nostro continente. Un’altra capanna. Le tre sorelle entrano e, senza perdersi in formalità, si aggirano per quelle mura come se si trovassero a casa loro. Basta un piccolo gesto dei padroni per farle scattare a procurarci le solite sedie. Eseguono senza batter ciglio. Nei villaggi i bambini sono figli di tutti, riconoscono tutti gli adulti come genitori, mi spiega Elisa. Anche questa visita è terminata e raggiungiamo il bivio dove, prima o poi, passerà la jeep di Papa Kyungu.

Passa un signore in bicicletta, riconosce le magliette di Amka. Si ferma e ci spiega che la moglie ha beneficiato del microcredito e che i figli studiano nelle nostre scuole. Il suo entusiasmo è tale da invitarci a montare in tre sulla sua bicicletta, non esattamente un bolide. Gentilmente rifiutiamo. E’ appena stato ad un matrimonio e con ogni probabilità è ubriaco, ad ogni modo la riconoscenza che trasmette mi gratifica. Arriva la jeep, saliamo. I ragazzi ci porgono degli arachidi appena colti a Mataba. Sono qui da appena due giorni ma lo stacco è tanto evidente e alienante che l’Europa sembra solo un lontano ricordo.

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