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In Guatemala la repressione continua, il silenzio NO!

“Il potere del popolo di Totonicapán è al lavoro” è il titolo di una lettera indirizzata al presidente della Repubblica del Guatemala, Otto Pérez Molina, datata 29 ottobre e scritta dai rappresentanti dei 48 cantoni di Totonicapán (organizzazione sociale tradizionale delle comunità indigene Maya) nella  regione del Quiché. Totonicapán è un dipartimento situato nella regione sud occidentale, a 170 km dalla capitale Ciudad de Guatemala, e formata in prevalenza dalla popolazione indigena Maya-Quiché.I collaboratori di AMKA che vivono in Guatemala ci aggiornano quotidianamente su ciò che accade nel Paese e questo ci offre l’opportunità di venire a conoscenza di fatti gravissimi che troppo spesso non trovano nessuno spazio sui mass media italiani.Per capire il contenuto della lettera, però, è necessario fare un passo indietro.Nonostante la fine della guerra civile, durata 36 anni, la violenza rimane all’ordine del giorno e questo fa del Guatemala uno dei paesi più violenti al mondo.
Il 4 ottobre scorso membri dell’esercito guatemalteco (che proteggevano la polizia), durante una manifestazione pubblica e pacifica, hanno sparato senza nessun motivo sulla folla. I manifestanti appartenevano alla comunità di Totonicapán e scesero in piazza per esprimere la propria opposizione contro la riforma della legge Costituzionale ed educativa e contro l’altissimo costo dell’energia elettrica. Una manifestazione legittima, convocata dal Comitato dei 48 cantoni, per opporsi alla riforma costituzionale del presidente della Repubblica Otto Pérez Molina che, oltre a  concedere maggior potere all’esercito, ridurrebbe anche i diritti delle popolazioni indigene sulle proprie terre perché eliminerebbe il riconoscimento delle autorità tradizionali e quindi anche il diritto di riconoscimento delle terre ancestrali. In questo modo, le riforme del governo renderanno più facili le concessioni e gli investimenti privati in settori strategici per il Paese: investimenti nel settore energetico (minerario e idroelettrico) e nelle grandi piantagioni.Questo ennesimo massacro, che a fine giornata del 4 ottobre ha portato ad un bilancio di 6 morti e 34 feriti, appare essere legato alla strategia di repressione e criminalizzazione che l’attuale governo vuole ripristinare, nonostante sia in evidente contrasto con gli accordi di pace del 1996.
Le violente aggressioni che colpiscono senza distinzione uomini, donne e bambini, che vìolano anche il più basilare diritto a manifestare, non sono però state un deterrente per i movimenti nazionali che non vogliono permettere la militarizzazione del Paese ma che invece vogliono partecipare attivamente alla costruzione di uno Stato di diritto. La popolazione indigena, i contadini e il popolo in generale sembra si stia unendo per una reale rifondazione di uno Stato inclusivo e solidale. Il documento presentato il 29 ottobre “Il potere del popolo di Totonicapán è al lavoro” non è altro che la formalizzazione all’opinione pubblica mondiale e nazionale che, vista l’assenza di consultazione popolare da parte del governo guatemalteco, la posizione dei rappresentanti del popolo di Totonicapán è un fermo NO alla Riforma Costituzionale ed educativa ed un invito ad una risoluzione sul tema dell’energia elettrica.
Il documento diventa così una chiara richiesta di ascolto rivolta al governo guatemalteco finalizzata ad intraprendere, una volta per tutte, una reale negoziazione con le diverse parti sociali, per evitare di reiterare la situazione che da anni caratterizza la storia guatemalteca e cioè quella di lasciare il potere dello Stato nelle mani di una ristretta oligarchia che acutizza i più grandi problemi del paese: la concentrazione della terra e la militarizzazione del Paese. In questa situazione di tensione continua, diventa impossibile non ricordare il conflitto: quello del municipio di Palo Viejo, nel Quiché, attorno alla centrale idroelettrica che si aggiunge agli altri eventi che rendono ancora più lento il processo di democratizzazione del Paese.

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