Il Tavolo di Tutti è nato grazie all’impegno e alla partecipazione di tante persone. La sua realizzazione e la sua consegna alla comunità del quartiere romano del Pigneto rappresentano un nuovo passo nel percorso di AMKA per costruire comunità educanti e valorizzare gli spazi pubblici come luoghi di incontro, relazione e crescita condivisa.
A raccontare questa esperienza è la nostra sostenitrice Joy, che ha preso parte, insieme al suo bambino, al workshop di falegnameria e all’inaugurazione del Tavolo di Tutti.
Ci sono esperienze che mentre accadono sembrano molto semplici e che solo dopo svelano una densità inattesa. Partecipare alla costruzione del grande tavolo comunitario al Pigneto è stata una di queste. In apparenza un progetto concreto, aperto, condiviso. Costruire insieme un oggetto destinato allo spazio pubblico si è trasformato in un’esperienza che ha toccato qualcosa di più ampio, che ha a che fare con il desiderio di stare insieme, con le forme della convivenza e forse anche con qualcosa che, della parola comunità, pensavamo un po’ perduto.
Per due giorni, in Piazza Copernico, persone molto diverse tra loro si sono ritrovate attorno a un fare comune. Bambini, adulti, famiglie, abitanti del quartiere e non solo hanno partecipato alla costruzione de Il Tavolo di Tutti, un grande tavolo ispirato ai colori dell’Agenda 2030 e pensato per restare nello spazio pubblico come luogo di incontro, relazione e condivisione.
E’ accaduto che, mentre l’oggetto concreto tavolo prendeva forma, prendeva forma anche qualcos’altro, ossia una piccola comunità temporanea. Una comunità che funzionava pur non essendosi scelta. Questa è un’esperienza che, per quanto breve, è stata capace di far intravedere quanto bisogno ci sia ancora oggi, e sempre, di occasioni in cui la comunità sia qualcosa che si possa attraversare e toccare. Perché comunità la troviamo spesso nei progetti, nei discorsi pubblici, nelle dichiarazioni di intenti, posta a decorazione, e più raramente come esperienza reale e di un certo tipo di reale.
Per questo forse ciò che ha colpito in questi due giorni è la naturalezza con cui è accaduto ciò che è accaduto, come se molte persone aspettassero, senza saperlo, proprio un’occasione del genere.
Vedere persone arrivare per curiosità, fermarsi pochi minuti e restare molto più a lungo del previsto, come se il semplice fatto di poter fare qualcosa insieme producesse immediatamente una forma di autorizzazione reciproca a esserci.
Colpiva anche la spontaneità con cui si creavano piccole organizzazioni autonome. Qualcuno spiegava, qualcuno osservava prima di provare, i bambini entravano e uscivano dal fare con una libertà che spesso gli adulti non hanno, qualcuno ancora passava strumenti o trovava il modo di rendersi utile. In un tempo in cui sempre di più viviamo vicini ma senza davvero toccarci, fare esperienza, anche solo per poco, di una comunità temporanea ha qualcosa di intenso e vigoroso in modo sorprendente, di quasi carnale.
E questo ci ricorda che il bisogno di appartenenza, di fare cose insieme e d’incontro ha meno luoghi e occasioni di prendere forma ma non è assente, sembra solo disorientato e senza dimora. Viene da pensare quindi che la comunità possa emergere dal fare, da un compito condiviso, da un gesto concreto che permette a persone estranee di riconoscersi temporaneamente parte di qualcosa e che non preesista necessariamente all’incontro.
Forse contava anche il fatto che tutto questo avesse un tempo limitato. Una comunità temporanea, appunto, senza il peso di dover definire appartenenze stabili, senza aspettative immediate di continuità, senza il compito impossibile di trasformare degli estranei in qualcosa di nominabile. Solo l’esperienza concreta di esserci, per un tempo circoscritto, insieme.
Per due giorni non è stato necessario conoscersi, raccontarsi o trovare affinità dichiarate. E’ bastato esserci e fare qualcosa insieme per lasciarsi progressivamente modificare dalla presenza degli altri, per sentire il luogo, sentirsi nel luogo ed essere luogo per gli altri, attorno a un tavolo che lentamente prendeva forma.
E’ stata quasi disarmante la rapidità con cui quello spazio ha iniziato a trasformarsi. Bastava fermarsi un momento, fare qualcosa con le mani, scambiare una parola oppure osservare qualcuno già all’opera ed era come se la distanza ordinaria tra estranei si modificasse naturalmente. E forse non è un caso che tutto questo sia accaduto proprio attorno a un tavolo, oggetto semplice in apparenza. Attorno a un tavolo si mangia parla discute lavora gioca litiga riconcilia ascolta costruisce festeggia impara. Oggetto quotidiano che porta con sé una memoria del vivere insieme.
Anche per questo, costruirne uno insieme, ha avuto una forza simbolica particolare, perché si stava dando forma e vita a un’idea di spazio condiviso. Questa esperienza lascia la sensazione che esista ancora un desiderio di legame che non è scomparso, solo, spesso non trova forma, non trova tempo, non trova un luogo abbastanza semplice in cui poter prendere corpo ed essere accolto.
Due giorni soltanto. Solo due. Così poco, se misurato nel tempo ma abbastanza perché un gruppo di estranei potesse trasformarsi, per un momento, in qualcosa di diverso da una semplice somma di presenze.
Joy Frezza, sostenitrice di AMKA
