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Il nero bianco: una maledizione!

 

 
 
Il 17 novembre scorso a Bujumbura in Burundi una bambina di 6 anni albina viene mutilata e uccisa. Come affermato dall’amministratore locale Remi Sengiyumya, Cizanye – questo è il nome della bimba – è stata assalita da un gruppo di banditi armati  i quali le hanno barbaramente tagliato le gambe e le braccia per poi decapitarla.
La storia di Cizanye non è molto distante da quella di molti altri albini che hanno perso la vita perché  associati a qualcosa di “soprannaturale”.
Venire al mondo bianchi nel continente nero è un paradosso incomprensibile nella maggior parte dei paesi africani. Molto spesso infatti l’albinismo non viene visto come un’anomalia congenita ma piuttosto come una vera e propria maledizione che si abbatte su tutta la famiglia; è per questo che spesso sono le stesse madri ad abbandonare i propri bambini, a lasciarli preda degli stregoni o dell’emarginazione che non consentirà loro di vivere una vita normale. I pregiudizi nei confronti degli albini sono ben radicati nella società africana; in particolar modo nelle zone rurali nei loro volti si vede solo il segno di una grande maledizione. E’ quindi usanza comune per le donne sputare contro i bambini albini per sconfiggere così la possibilità che anche loro un giorno possano concepire questi “bambini maledetti”. Le donne infatti vengono colpevolizzate per aver messo al mondo un bambino albino, ed ignorando completamente quello “strano” scambio di geni spesso le si accusa di adulterio o di non aver mantenuto una condotta corretta durante la gravidanza ….e quel bambino è la loro punizione.
Quella mancanza di melanina che non permette la pigmentazione della pelle, dei capelli, degli occhi, nel migliore dei casi per gli albini si può tradurre con emarginazione, discriminazione sociale e una continua lotta contro il sole africano, ma in paesi come la Tanzania, il Burundi, l’Uganda e molti altri la malattia si traduce in omicidio.
Come spiega lo stesso John Makumbe, professore albino di Scienza politica dell’università dello Zimbabwe e presidente della Zimbabwe Albino Association: «Tradizionalmente l’albinismo è considerato una maledizione o un tabù; in Africa molti credono che avere un parente albino sia una punizione degli dei nei confronti della famiglia».
In altri posti invece è la povertà ad essere legata a queste “superstizioni”,  ed è per questo che i loro organi  vengono utilizzati per produrre amuleti che dovrebbero portare ricchezza. Si dice per esempio tra i pescatori che intessendo capelli di albini fra le reti, i pesci saranno attratti dal loro “barlume d’oro” e la loro pesca più abbondante.
Assurde credenze ed antichi pregiudizi contribuiscono a fomentare l’intolleranza e hanno portato  al massacro di 19 bambini albini nel 2007 soltanto in Tanzania, ma la loro odissea non si limita a questo enorme problema sociale: gli albini sembrano lottare costantemente contro l’Africa e contro il “suo sole” dato che la loro pelle, con un’intensa esposizione solare, li rende predisposti a degenerazioni tumorali. Le stime dicono infatti che la maggior parte della popolazione albina non riesce ad arrivare  ai 47 anni di età; superando ogni difficoltà sociale, il cancro, diventa il loro più grande assassino.
Una delle soluzioni migliori in questi casi è nascondersi, dagli assassini, dalla gente, dal sole, perché avere una vita normale agli albini, in molti casi, non è consentito nonostante – ed è forse questo un gioco strano della genetica – vi sono più albini in africa che in ogni altra parte del mondo: se in Europa se ne trova uno ogni 17.000 persone in Africa ne nasce uno ogni 5.000 con le dovute differenze da Paese a Paese, ma in realtà circa uno ogni 80 abitanti è un portatore del gene.
Le origini genetiche dell’albinismo sono quasi completamente sconosciute tra la popolazione. E’ forse questo uno dei motivi che lo fa sembrare un paradosso incomprensibile ed in  quanto tale foriero di paure, misteri e magia, o forse è solo un cinico incubo darwiniano dove il più forte vince ma dove non considera chi – come gli albini- ha l’unica colpa di non avere colpe
Molte iniziative e denunce hanno cercato di portare alla luce il problema, personaggi come Salif Keita hanno contribuito a dar voce ai “bianchi” d’africa e messaggi forti sono stati inviati come la nomina del presidente tanzaniano di Al-Shaymaa Kwegyr, primo albino a sedere in un  Parlamento. Nonostante ciò episodi come l’uccisione di Cizanye sono tutt’altro che eccezioni,
…forse le cose stanno cambiando …forse però un po’ troppo lentamente.
 
Elisa Mannarino
 
 

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