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Una "giornata tipo" nella foresteria di AMKA Katanga

 Il cielo d’Irlanda è un oceano di nuvole e luce. Queste sono le parole con cui iniziamo le nostre giornate. Massimo Bubola ci sveglia così ogni santo giorno alle sette di mattina, inizio a odiarlo. Ma com’è, come non è, già pochi minuti dopo siamo tutti, tranne Alessandro, seduti al tavolo a versarci acqua calda nelle tazze per creare cocktail improbabili tipo acqua, latte in polvere e miele, o acqua e polvere di tè, acqua nutella e cornetto, acqua cipolle e zucchero. Ok, forse l’ultimo no. Poi, quando ormai siamo sazi e pimpanti, sbuca un essere di due metri in mutande con gli occhi socchiusi e i capelli sparsi per tutta la faccia, Alessandro, che mugola un qualcosa della serie “vestitevi che arrivano flavie e hilaire e dobbiamo fare un sacco di lavoro”. Flavie e Hilaire, come del resto John, sono gli animatori di Amka Katanga che ogni giorno si scontrano con la nostra ignoranza nel mondo del lavoro della cooperazione. Ci accompagnano nel lavoro e nei progetti.

Tant’è che alle 9, ossia dopo una buona mezz’ora di nullafacenza mattutina, una jeepona irrompe nel ridente quartiere di Bel Air e al suono di “pèèèèèè-pèèèèèèè” entra nel cortile di casa. Questa è la creatura prediletta di Papa Jean, l’autista di Amka. È sì, cooperanti per lo sviluppo, ma con stile.

Finalmente ci si muove verso i villaggi dove si portano avanti i progetti. Alessia e Gianluca, ormai ribattezzato Gino (o D’jino Cola), si preparano ad affrontare gli abitanti dei villaggi pronti a compilare 1800 fogli dove scrivono nome e cognome di tutti e relativo stato di salute. Priscilla e Giulia invece si interrogano tra loro su come si dica “occhio” o “capelli” in swahili per poi andare a tenere la lezione alla scuola di Kaniaka o di Mataba. Io invece mi divido tra il progetto di microcredito di Mataba e quello di commercio equo della Ruashi, ma ovunque vado ho una certezza: Hilaire. È con lui infatti che svolgo tutto il mio lavoro, devo dire che davvero non potrei chiedere nulla di più. Quello scansa-fatiche di Ale va con uno dei tre gruppi a far finta di capirci qualcosa.

 

 

Puntualmente quando il Sole picchia sulle nostre teste, quindi a occhio e croce verso mezzogiorno, ci assale puntuale come un orologio svizzero un crampo allo stomaco, un misto di fame, fame e fame, che però raramente viene calmato, più che altro ci si rassegna e si aspetta che passi lasciando incolmato il buco nero dentro di noi.

A metà pomeriggio la giornata lavorativa finisce e il nostro Chaffeur (sì, mi sento estremamente importante nel momento in cui dico Chaffuer) ci riporta a casa. Già nel viaggio di ritorno ci si inizia a scambiare opinioni sulla giornata trascorsa, intanto il naso viene pervaso da una puzza sincera di sudore e terra, per fortuna sono raffreddato da due settimane e questa condanna me la salto a piè pari.

Dopo una buona mezz’ora finalmente scorgiamo sulla sinistra il nostro fido cancello verde dietro il quale c’è Mwamba che viene ad aprirci.

Sigaretta, Simba e chitarra. Bagno, shampoo e relax. Altra sigaretta e infine ci si mette al computer a lavorare tra censimento dei villaggi, schede di pagamento degli artisti della Ruashi e relazioni varie.

A questo punto inizia la festa: l’ora di cena si avvicina. Alessandro si piazza ai fornelli divertendosi a sporcare TUTTO, tanto poi non lava lui… noialtri ci mettiamo ad apparecchiare o a dargli una mano. Durante la cena scatta il momento di condivisione della giornata: si parla di tutto quello che ci passa per la testa. È un bel momento, forse l’unico momento serio quando stiamo tra di noi. Capita poi che mentre uno parla si debba fermare per attaccarsi al pane per annullare il piccante che altrimenti si espanderebbe dalla bocca fino su al cervello. “Vi abituerete, figuratevi, femminucce, bla bla bla!” questo è il commento del nostro “capo”.

Dopo cena ci si rilassa, finalmente. Si chiacchiera, si canta e verso le 4 di notte si va a dormire. Poi però ci rendiamo conto che in realtà sono si e no le 11, ma la stanchezza è tale che tutto si trasla. La mattina dopo si ricomincia.

Questa più o meno è la nostra giornata qua. Chiaramente è impossibile riuscire a descrivere anche un solo momento in modo totalmente chiaro. Nessun giorno è uguale a quello primo e nessun giorno ci fa immaginare come sarà quello dopo. Non vi ripeterò quello che è già stato scritto dalle tre fanciulle nei pezzi precedenti, ma li sottoscrivo col sangue. Leggendoli si può capire, seppure vagamente, quello che si prova qua. È quindi comprensibile come descrivere addirittura un’intera giornata è come descrivere un anno di vita.

A questo punto davvero non mi rimane altro che augurare a tutti voi che leggerete o sentirete di Amka, di provare un giorno con mano questo mondo, e finalmente capirete cos’è una giornata a Lubumbashi, una giornata nel Katanga, una giornata nei villaggi del secondo asse. E se tante cose di quelle che ho scritto non sono chiare è perché non se ne può parlare più di così. Venite giù in Congo, vivetele queste giornate, non chiedetemi altro, non avrete risposte da me, ma solo un sorriso e un augurio sincero di poter dire “sì, ci sono stato”.

-Bob/Simba-

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