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Eccidio nel Sud-Kivu

Nello scorso week end, tra sabato 6 e domenica 7 giugno, il Congo ha vissuto un altro momento buio e doloroso che, come troppo spesso accade, nei media occidentali non merita più spazio di un trafiletto di quattro righe, che fa la somma dei morti senza dolore, senza empatia e, soprattutto senza analisi.
 
Nella notte, nel pieno del sonno e della quiete, il villaggio di Mutarule, nella provincia del Sud di Kivu è stato teatro di un eccidio cruento e impietoso.
37 persone, tra cui 18 donne e 8 bambini, hanno perso la vita massacrati di pugnalate, colpiti a morte con armi da fuoco o, addirittura, arsi vivi.
 
Una violenza inaudita, eppure troppo familiare in questo territorio tormentato da una guerra infinita che, con troppa colpevole superficialità, viene spesso definita banalmente interetnica.
Le vere ragioni che stanno dietro a violenze tanto efferate sono economiche, ma conviene ai più fingere di non vedere che la morte di intere famiglie e lo sgretolamento del tessuto sociale e della vita civile di un intero Paese dipendono dalla avidità degli uomini, che in questo caso vogliono ottenere il pieno controllo sue risorse naturali di cui il Congo è ricco.
 
Gli assassini non sono stati identificati; il governo ha sollecitato la creazione di una commissione di inchiesta che faccia luce su questo e altri terribili fatti di violenza verificatisi nel Sud-Kivu.
Intanto altre giovani vite sono state spezzate e molti vivono nel terrore che il prossimo villaggio attaccato possa essere il loro.
 
Donne, uomini, bambini come noi non sono liberi di vivere le loro vite in sicurezza, vittime inermi di una guerra che non hanno voluto, che sembra infinita e che troppo poco interessa le grandi potenze mondiali che invece tanto profitto traggono dalle ricchezze dei territori africani.

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