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Don Selvin e la scoperta che continua ancora

Don Selvin è un signore ossuto e agile. Ha una settantina d’anni e quella pelle tirata e scura tipica di chi ne ha passati la maggior parte sotto il sole senza sconti dei campi. Dagli occhi vispi e vigili si capisce che è abituato a cogliere l’arrivo della pioggia quando ancora non si vedono le prime nuvole color ambra. Il cappello a falda larga lo accompagna perennemente, a coprire la testa ossuta sia dal caldo torrido che dai piovaschi intensi della vallata di Petatan, nel dipartimento di Huehuetenango, in Guatemala.

Ha otto figli di cui tre emigrati negli Stati Uniti. Con la moglie Adela lavora a un campo di famiglia pieno di profumi, con mais e caffè, alberi da frutto e ortaggi bassi.

Sono nato qui a Cavic e qui ho cresciuto i miei figli. Ora tre sono andati a vivere in California e ci aiutano da lì. Io non sono mai voluto partire, è bello qui. C’è una natura bellissima e poi il Rio Hondo qui vicino è sempre fresco e limpido”.

Parla dei suoi luoghi come se stesse raccontando di un nipote nato da poco, scrutando il paesaggio oltre le spighe di mais ancora verdi. In questi momenti le pupille strette si allargano un poco, ad

alleggerire il peso di un giorno che si avvicina al tramonto. Sulle montagne fanno capolino le prime nuvolacce grigio scuro.

Quest’anno la pioggia è arrivata prima. Non so bene perché ma è buono per le piante, se tutto va bene ci sarà un gran raccolto. Speriamo. Dobbiamo lavorare il doppio adesso, soprattutto perché la terra non è più quella di una volta. Dicono che abbiamo utilizzato troppi concimi chimici negli ultimi vent’anni e ora i nutrimenti della terra sono diminuiti. Può darsi, mio papà non li usava”.

È in piedi dalle cinque del mattino. Nonostante l’età, parla e si muove con un piglio di ragazzo. I muscoli freschi sembrano non soffrire il sacrificio del campo.

Lavora in quella terra da quando ha undici anni; tra le valli di Petatan è cresciuto e si è sposato con Adela, in quei luoghi verde smeraldo ha visto nascere i suoi otto figli.

Quando racconta delle difficoltà degli ultimi anni alza lo sguardo al cielo come a cercare una risposta a domande che conosce poco.

È stata molto utile l’ultimo incontro con voi, con i tecnici. Imparare a fare concimi naturali ci permette di risparmiare un sacco di soldi, anche la terra ci ringrazia credo. E poi io ci tengo alle piante. Guarda questi limoni come stanno crescendo bene. Ce li avete portati un anno fa e guarda adesso, un altro paio d’anni e già daranno i frutti che dite?”.

AMKA, grazie al sostegno del partner Treedom, nella regione sostiene più di centocinquanta famiglie attraverso un programma integrato di sicurezza alimentare e riforestazione. Ogni famiglia della zona riceve piante da frutto secondo la propria disponibilità di spazio e secondo le proprie esigenze. Limoni, aranci, mandarini, avocado e mango sono le tipologie più richieste. Oltre alla produzione e distribuzione degli alberi, AMKA, grazie al lavoro dei suoi agronomi locali, garantisce un appoggio tecnico e una formazione costante alle famiglie coinvolte nel progetto.

Si vede che le piante che ci avete portato sono buone. C’è l’innesto, crescono rapidamente. Guarda lì si vedono già i primi fiori”.

Mi indica una pianta di mango poco distante, nascosta tra le foglie di mais. Quando osservo la piantina sento la sua voce farsi più calma e lenta, come a voler dare più tempo allo sguardo per godere della bellezza dei primi boccioli comparsi sui rami.

Finito il giro tra i campi, torniamo a casa e ci invita a restare per aspettare la cena. Ci piacerebbe ma dobbiamo proseguire con un’altra visita prima che faccia buio.

Va bene, allora ci vediamo alla prossima riunione. Ci verremo insieme io e mia moglie. Ci piace scoprire cose nuove sulle piante che abbiamo”.

Ci saluta con una mano sul petto e un sorriso largo. Nelle sue ultime parole leggo ancora la morbidezza dell’adolescente. Ricambio il sorriso e la mano sul petto.

Scendendo giù per il vialetto lascio cadere un ultimo sguardo sulle piante da frutto poco distanti. Che sia attaccato a quelle foglie il segreto della curiosità da ragazzo di Don Selvin.

Guglielmo Rapino

 

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