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DI TERRA ROSSA E CURVE LARGHE CHE (RI)PORTANO Lì

Domani parto per il Congo…

Chiudo gli occhi, mentre il palmo della mano sfiora senza fretta la fronte liscia. Poi giù, a disegnare una s sulla tempia. Al buio riassaporo il ritmo lento di ogni istante. Vedo la terra rossa asciutta come il sale finire negli spigoli delle unghie. Sento le urla dei bambini scoprirsi ingenui e buffi di fronte al finestrino della jeep. Avverto l’odore di fufu appena scaldato venire fuori dalle pentole di fanghiglia secca. Il ticchettio morbido delle gonne piene di colore si confonde con i passi scalcinati degli adolescenti lanciati alla rinfusa dietro ad un pallone sgonfio. Continuo con le pupille chiuse ad assaporare la giostra di ricordi di un tempo non troppo lontano rimasto tatuato sugli spicchi della mia pelle pallida. Musungu! Musungu! Il richiamo dell’origine, il marchio di colore gridato col sorriso dai più anziani dei villaggi mi riporta alla realtà. Apro gli occhi.

Sono passati anni dall’ultima volta che sono stato nel Katanga. Ne avevo poco più che venti, nella testa una sorta di richiamo bohémien ancora confuso e indeciso perso tra i mille sogni universitari. In quelle tre settimane di vita africana scopro il gusto semplice delle cose, l’arte di disinnescare la banale complessità quotidiana e che le messe domenicali possano trasformarsi in una sorta di festival della musica etnica. Torno bruciante di febbre mescolata ad una leggerezza densa e alla consapevolezza di non essere rimpatriato del tutto.

Nonostante il trambusto ancora vivo negli occhi, dopo quelle settimane la vita riprende il suo corso, come una piccola goccia d’acqua richiamata dal piacevole sciacquio del fiumiciattolo. Feste, amici, università, laurea. Finiti gli studi il fascino piano di una carriera assicurata vince sul brivido di un’alternativa imprevista. Lavoro come praticante avvocato in uno studio legale internazionale: risvegli morbidi con cappuccino e cravatta, telefonate serene con mamma i sabati pomeriggio, il suono delle scarpe eleganti sugli scalini dell’ufficio. L’impronta lasciata dalla terra rossa sembra svanire nelle pieghe lisce delle camicie stirate, le giornate si rincorrono in un viavai d’istanti scanditi e regolari. Poi, trac! il filo teso si rompe e lascia alle spalle l’eco sordo della sorpresa. La quotidianità divenuta routine mi appare finalmente scialba e irrimediabilmente immobile. Le sicurezze, le mattinate comode, le docce bollenti, si rivelano chiare come il risvolto di una quieta pochezza. È da allora che comincia quella parte della mia vita che definirei “coscientemente leggera”.

Abbandono la cravatta per trasferirmi in una casa di accoglienza per senza fissa dimora, dove la laurea in giurisprudenza diventa lo scudo con cui tutelare i poveracci senza santi che fino a poche settimane prima dormivano in stazione. Dopo un anno di convivenza e notti spesso in bianco mi trasferisco a La Paz, ricercando ancora nella condivisione con chi non ha più nulla quella pienezza che una vita di benessere materiale sembrava avermi scippato. Vivo un altro anno in una comunità, questa volta terapeutica, riempendo ogni momento della giornata con quel tipo di persone che a causa dell’abuso di sostanze è arrivata a confondere uno schiaffo da un grazie. Respiro l’aria secca delle Ande, i silenzi dei campesinos stretti a decine nei minibus di ritorno dalla campagna alla sera, la pace rugosa chiusa negli occhi delle cholitas tra i mercati estivi. Nella magia ancestrale del Sud America rifà capolino l’immagine sopita di una terra lontana, rossa come i tramonti invernali delle pianure di Peñas.

Torno dalla Bolivia e riassaporo la sensazione che, in fondo, dal primo viaggio tra le casupole di fango nel mezzo della campagna africana non fossi tornato del tutto. Un fazzoletto di me era rimasto incastrato nelle impronte lasciate sulla sabbia dai piedi nudi e le ruote sgonfie delle biciclette sgangherate. Basta qualche chiacchierata con l’equipe di Amka per scoprire che quel sogno fatto di mani impiastricciate di fufu e terra rossa presto potrà tornare realtà.

Da domani, finalmente, riavrò negli gli occhi gli spicchi di cielo e fango lasciati indietro anni fa. Questa volta sarà tutto diverso: i bambini incontrati sono diventati adulti, le giovani mamme ormai anziane, le strutture di Amka nei villaggi sono cresciute e le mie pupille si sono inspessite di una patina di sana coscienza. Non sarà più per qualche settimana, ma cinque mesi, cinque mesi per aiutare a supportare e migliorare i progetti che Amka quotidianamente porta avanti nella zona di Mabaya e restituire con il mio impegno il seme di consapevolezza che quella terra anni fa mi ha lasciato in eredità.

Richiudo gli occhi. Torno a giocherellare con le dita sulla fronte e immagino i luoghi che mi aspettano tra strade sterrate e tramonti color terra. Assaporo i sorrisi, le mani ruvide, il ritmo che accompagna ogni movimento come una coreografia scritta nel dna del villaggio. Vedo i miei occhi riflessi in quelli di qualsiasi adolescente, anziano, donna, sento le ossa rilassarsi avvertendo già il quieto tepore di casa. Mi rendo conto che a volte i giorni disegnano linee oblique e lunghe per tornare ad avvicinarsi ad un punto lasciato indietro, sovrapponendosi a momenti vissuti eppure immancabilmente nuovi. L’odore di terra ruvida color ocra accarezza le narici. Un soffio di sorriso si affaccia sulle labbra. Sento che è ora di andare. Un leggero fremito di gratitudine si affaccia tra i pensieri. Apro gli occhi.

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