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Cosa ha significato operare nel progetto malaria per i volontari AMKA

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Lavorare al progetto anti-malarico nei villaggi adiacenti Lubumbashi consta di vari aspetti. Ci sono gli aspetti pratici, ovvero ritirare le zanzariere in città, stendere una programmazione settimanale sui villaggi da coprire, raggiungere gli stessi (che non è un aspetto da sottovalutare, soprattutto se esiste una sola strada asfaltata ed il resto consiste nel viaggiare nella savana, tra polvere, buche, risate e canti!) e distribuire le zanzariere. Gli aspetti invece che non possono immaginarsi di questo lavoro sono i mille mondi paralleli, che si aprono alla fine del sentiero sterrato. Sembra una contraddizione ma ogni villaggio è uguale e diverso allo stesso tempo. È uguale perché è lì da tempo immemore, perché la morfologia dei villaggi è simile, perché le capanne sono fatte allo stesso modo…ed è profondamente diverso, perché la gente che ci vive è diversa, perché le relazioni secolari che intercorrono tra di loro sono diverse, perché il modo in cui ogni persona ti guarda è diverso.
La prima sensazione che si prova scendendo dalla jeep (oltre al dolore alle giunture chiaramente) è un miscuglio di confusione, allegria e soddisfazione, soddisfazione di stare facendo finalmente qualcosa di utile, che esula dalla quotidianità, un piccolo segno. Vi chiederete però perché confusione e allegria, bè quello che non sapete è che prima del censimento e della consegna delle zanzariere, in ogni villaggio si organizza una riunione di sensibilizzazione. Una riunione in un villaggio significa che ogni singolo componente di esso si riunirà la mattina stabilita nel punto stabilito, vestito al meglio, perché è un’occasione importante di condivisione. Quando scenderete dalla jeep, quindi, tutti vi staranno aspettando, seduti all’ombra di grandi alberi, tutti gli uomini da una parte e le donne e i bambini dall’altra e all’inizio l’unica cosa che riuscirete a distinguere sono i mille colori dei vestiti delle donne e i candidi sorrisi. Poi comincerete ad ascoltare il gran vociare ed i saluti, finché l’animatore non richiamerà tutti all’ordine e si darà inizio allo show. Dico show perché a quel punto, mentre l’operatore comincerà a spigare in swahili tutte quelle norme igienico sanitarie fondamentali, a te, ignaro della lingua e a quel punto anche un po’ accaldato, non rimarrà che interpretare la versione congolese della valletta, che supporta la spiegazione dell’operatore, mostrando al villaggio immagini esplicative. La cosa più bella? Vedere madri di famiglia arrossire come scolarette e sogghignare di fronte al disegno di un uomo in mutande, che si lava in un lago…provare per credere. Finita la sensibilizzazione, ciascuno si reca nella propria casa ed attende la vostra visita. A quel punto, a fianco del vostro prode animatore, cominciate a seguirlo di casa in casa, carico di zanzariere (ricordate il sole e la sete)…ma già dalla prima casa rimanete sconvolti. Vi chiederete perché. Perché avete già imparato la prima lezione di oggi: l’ospitalità. Vi è stata offerta per sedervi una delle poche, o in molti casi l’unica, sedia della casa. Già perché lì l’ospite non è come in occidente, che se viene è benvenuto, ma se se ne sta a casa è meglio. Lì l’ospite è sacro, così sacro da offrirgli l’unica sedia esistente…bè ve lo assicuro, sedersi su una sedia di quel valore, dà tutto un altro significato al gesto. A questo punto ti sei seduto…e sei lì, nella vera Africa, non nel resort in Tunisia o a fare il safari in Kenya, ma nel cuore di quel mondo che era già così ancor prima che a qualche bianco venisse in mente di chiamarla Africa… e cominci a vedere. Vedi tutto, vedi che significa realmente famiglia e comunità (come? Scoprendo a metà pomeriggio che il neonato che hai visto nel corso della giornata in mano a dieci donne diverse, in realtà è il figlio di quest’ultima donna, ma che viene cresciuto da tutti, perché è il figlio di tutti), vedi che significa confrontarsi con un’altra cultura (esempio? fare il censimento in una casa e scoprire che nella casa vicina vive una seconda moglie, con altri figli e che le due mogli lavorano insieme per sfamare tutti i bambini) e vedi che essere bianchi o neri non fa differenza perché tanto se sei un bambino bianco i genitori ti raccomandano di fare il bravo, altrimenti ti viene a prendere l’uomo nero, e poi quando sei adulto e vai nei villaggi africani, i bambini scappano urlando quando ti vedono, perché a loro hanno raccontato che gli spiriti cattivi sono bianchi e che si portano via i bambini.
Così di casa in casa, di villaggio in villaggio, di persona in persona, alla fine della giornata ti sei lasciato indietro un pezzo di te, quella parte nata e pasciuta in Italia e che la povertà e la fame l’aveva vista solo in tv, tra una pubblicità di merendine e l’altra e scopri invece che in te adesso si è aperto qualcosa, una parte nascosta, più pulita, più luminosa, più vera…la parte che ora sa…e che non si può e non si vuole più richiudere.
 
 
Alexandra Viola

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