L’africa è stato un luogo che mi ha sempre affascinato sin dai tempi dell’adolescenza. Libri e libri di storia a casa di mia zia che raccontano questo continente, bambini di colore che arrivano nel mio paese e che mi son sempre domandata quali siano i loro vissuti, la voglia di mettermi alla prova e fare un viaggio da sola in un posto così diverso dal mio: questi e tanti altri motivi che, appena ho conosciuto AMKA, mi hanno spinto a partire e a realizzare il mio sogno nel cassetto.
Questo era l’anno giusto, l’anno maturo in cui mi sentivo di fare questo tipo di esperienza e così il mio gruppo di viaggio ed io abbiamo iniziato a prepararci da gennaio per la partenza di luglio. Riunioni, progetti, studio e tante cose da organizzare ma dentro di me non ero abbastanza dedita e concentrata su quello che stavamo facendo nel qui ed ora perché volevo andare là, in quella terra rossa, dove non volevo strutturare la mia esperienza ma la volevo vivere a pieno, libera e sciolta da qualsiasi costrutto.

Mesi di vaccinazioni, i miei genitori e le persone care a me avevano il volto preoccupato, per la destinazione del viaggio e per quello che andavo a fare, io invece mi sentivo protetta da AMKA e bisognosa di vedere quella realtà. Aspettavo il giorno in cui arrivasse l’ansia, quella che tutti avevano per me.…giorno che non è mai arrivato.
Una volta atterrata in quell’aeroporto puoi decidere: o di riprendere il primo volo utile per tutto quello che vedi e senti così diverso da te oppure far partire da li la tua missione ed affrontare insieme ai tuoi alleati volontari tutto quello che ti aspetta. Il caos più totale di quel continente parte da li: il volume della voce è alto e i suoni sono diversi dai nostri, l’odore è arcaico, di terra, di polvere, il disordine di gente e macchine regna sovrano.
La jeep di AMKA ci aspetta fuori l’aeroporto per portarci nel nostro appartamento; durante il tragitto, immersi nel traffico, tra pezzi di strada asfaltata e pezzi di strada rossa piena di buche, sono confusa, penso a quello che mi attenderà e curiosa di vedere la nostra casa. La gente è indaffarata, cammina sui bordi delle strade, alla ricerca di un mezzo che la porti a lavoro… o del lavoro. Le donne, sempre cariche di merce, sul capo, sulle braccia, con un mucchio di trecce in testa e stole di tessuto di mille colori che le avvolgono. Sorridono.
Ma io in primis volevo vedere loro, i bambini, volevo attestare con i miei occhi tutto quello che avevo letto e visto alla tv su di loro, purtroppo niente di positivo. E così il primo viaggio in jeep verso il primo villaggio, su cui stare per due settimane, è stato con il cuore in gola. Ero molto emozionata all’idea di vederli, ero agitata, avevo paura di non riuscire a trasmettergli qualcosa, ad entrare in empatia con loro, la lingua, i costumi, le usanze, tutto così lontano da me. La jeep si ferma, il nostro autista Amka Papa Jan in un italiano tutto suo dice “Arivato!” ed io mi sento morire. Dovevo aprire la portiera ed entrare a scuola, in una stanza dove tutti i bambini e i professori attendevano noi: i volontari italiani che portano il bene. Entriamo, li vedo, sono tanti, bellissimi, di tutte le età, seduti ordinati, poco vestiti, tanto sporchi, ma con un gran sorriso in faccia. Il groppo alla gola sale, mi viene da piangere e mi tremano le mani. In questi casi il gruppo aiuta perché c’è sempre qualcuno più forte di me che sa cosa fare, piano piano ci sciogliamo e la giornata inizia, anche se il nodo in gola mi resta per i primi quattro giorni.
Loro cantano, ballano, eseguono alla perfezione tutto quello che gli viene detto, sono molto rispettosi e diligenti; i maestri, giovani e volenterosi, pendono dalle nostre labbra, imparano da noi quello che abbiamo preparato per loro e loro, a loro volta, lo insegnano ai bambini. È una catena di ruoli e di giochi che ogni giorno prende sempre più forma e diventa sempre più armoniosa. Con il tempo mi permetto di scambiare una battuta con un maestro, di colorare insieme ad un bambino, di prendere in braccio un piccoletto che piange.
A volte avevo bisogno di guardare e basta, senza fare, anche se li ce n’era tanto da fare, ma sentivo il cuore pieno ed avevo bisogno di digerire, di respirare. Tutt’ora, a distanza di due mesi, scrivendo queste righe, sento la stessa sensazione, difficile da descrivere. Penso e mi domando: perché loro ridono così spesso ed io no? perché vivono solo con un pasto al giorno, se tutto va bene, ed io sento fame? perché per loro una corda è il massimo del divertimento ed io provo la sensazione della noia? Eppure sono nata dalla parte del mondo giusta, quella fortunata.
Il pomeriggio presto la palla di sole enorme e rossa va a dormire e si fa subito notte. Il viaggio del ritorno è caratterizzato prevalentemente da silenzi pieni di parole e da sguardi pieni di significato, si torna a casa stanchi, con la polvere addosso e affamati. Ricordo le prime sere in cui non riuscivamo a dare forma ai nostri pensieri, ci guardavamo ma nessuno riusciva a commentare la giornata, tutti noi avevamo vissuto la stessa esperienza con i nostri occhi, tutti noi sapevamo. Con pochissimo tempo si entra a far parte della famiglia AMKA del Congo, fatta di persone autentiche, dall’autista all’infermiera, dal medico al maestro, dal guardiano al capo villaggio, ci si ritrova, a fine giornata spesso insieme, a fare due chiacchiere in compagnia di una birra, ringraziando il cielo della giornata appena trascorsa e progettando quella di domani, sempre con l’ottimismo e la speranza che contraddistingue i congolesi. Queste caratteristiche insieme alla concezione del tempo sono state le cose che più mi hanno affascinato e stupito
in un paese come il loro. Il tempo in Congo non è un fattore che scandisce la giornata, è sempre troppo poco e ce n’è sempre abbastanza. Nonostante le tante problematiche che si incontrano durante il giorno, e forse è proprio per questo che del tempo che scorre nessuno se ne cura. Dove noi occidentali abbiamo in mente concetti quali “il tempo è denaro” o “non lasciare a domani quello che potresti fare oggi”, i congolesi invece ti invitano a riflettere… “la vita è lunga e si deve progettare il domani”, “con l’ottimismo si fanno grandi cose”, “nella vita il tempo ce ne e si riesce a fare tutto”, come dargli torto! Queste e tante altre frasi che ci disse Flavie, la nostra mamma congolese che ha vegliato su di noi per tutto il tempo della nostra permanenza, e non solo.
Oltre ai legami con gli adulti, crei ovviamente anche legami con i bambini, che per loro definizione, sono più abili a costruire relazioni, a farti entrare nelle loro vite, a renderti partecipe dei loro successi, a scuola e nel gioco. Non nego che avevo i miei preferiti, quel qualcosa di particolare che si instaura solo con alcuni, sguardi intensi, abbracci gratuiti e sorrisi che ti fanno innamorare di loro. Ho conosciuto gli occhi della verità, gli occhi che parlano e regalano emozioni.
Poi c’è il momento in cui la settimana finisce e li devo salutare, loro ti dicono “a domani!” e io che non riesco a dirgli di no, la jeep che parte e loro insieme, cantando e correndo ci inseguono, avvolti nel polverone delle ruote, fino che hanno le forze, fino a che hanno il fiato. Ed io dentro la jeep, girata verso di loro, con i crampi al cuore e la mano che non smetteva di salutarli. Sono immagini che restano, credo per sempre, impresse dentro di me. Avvolta di amore, per loro incondizionato e spontaneo, ma io dentro di me sapevo che li lasciavo, che sarei tornata nel mio mondo, e questo mi porta tristezza.
Ho vissuto intensamente le tre settimane più crude e vere della mia vita. Ho toccato con mano cosa vuol dire essere una persona povera fuori, ma ricca dentro. Non so cosa ho lasciato io a loro, ma loro a me hanno donato tanta ricchezza che mi è rimasta dentro e non smetterò mai di ringraziare AMKA che mi ha dato la possibilità di vivere questa esperienza.
Valentina Tronati, volontaria AMKA Onlus
