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8 settembre: Giornata Internazionale dell’alfabetizzazione

 
Queste ricorrenze mi sono sempre sembrate l’occasione per fare grandi discorsi, belle dichiarazioni di principio, ma in sostanza cosa cambia?
Chi si impegna giorno per giorno, chi combatte per un mondo migliore che se ne fa di tutte queste parole?
Per non parlare poi della povera gente che fame, analfabetismo, violenza ecc le sperimenta sulla propria pelle…che cosa possono pensare dei bei discorsi di uomini incravattati che guadagnano al giorno ciò che loro nemmeno in una vita intera vedranno mai?
Eppure NO, sono convinta sia giusto ci siano queste giornate e siano piene di discorsi, dichiarazioni di principi ed impegni pubblici. Non tanto per il reale cambiamento che possono provocare, ma per quel poco di attenzione che, almeno per un giorno all’anno, i mass-media dedicano a questi temi risvegliando –chissà- le coscienze intorpidite di chi nella vita quotidiana da per scontato che tutti sappiano leggere e scrivere, che a 6 anni, se non prima, si vada a scuola e l’unico dilemma sta nello scegliere fra pubblico o privato, a quale facoltà iscriversi o quale esame “provare” alla prossima sessione.
L’analfabetismo è un fenomeno così lontano dalla nostra realtà, riguarda gli ALTRI, non NOI. Quali altri? L’UNESCO stima che la popolazione adulta analfabeta globale ammonti a 775 milioni di persone, mentre ci sono ancora 122 milioni di giovani analfabeti in tutto il mondo. Le donne e le ragazze rappresentano quasi due terzi degli adulti e giovani analfabeti. Siamo sicuri che sia un fenomeno così distante? Chi di noi non ha almeno 1 nonno/a che non è andato a scuola o che ha frequentato al massimo i primi anni delle elementari perché poi….c’è stata la guerra!?
Il tema proposto per quest’anno dal Segretario Generale delle Nazioni Unite è proprio “alfabetizzazione e pace”. E anche qui è facile pensare a tutti quei Paesi in cui sono in corso conflitti di vario genere: il diritto all’istruzione (uno dei diritti fondamentali dell’uomo) è negato ai bambini di queste nazioni. Ma la storia ci ricorda anche altro: i regimi totalitari si alimentano proprio dell’ignoranza della popolazione per poterla soggiogare, e non serve andare troppo indietro per pensare a ciò che è stato nel nostro Paese al tempo del fascismo… Alfabetizzazione e pace per insegnare la libertà, la democrazia, la tolleranza, la giustizia, il pensiero critico, ecc…
L’altra sera in TV ho intravisto uno speciale sulla scuola in Italia: fatta l’Italia bisognava fare gli italiani…è già la cultura, pietra miliare di ogni società, ma spesso terreno di scontro e di prevaricazione (basti pensare alle crociate, al colonialismo per giungere alle questioni sul velo, ecc). Quante volte ci siamo arrogati il diritto di essere i detentori del sapere, e della giusta strada per lo sviluppo? Mi vengono in mente i programmi scolastici congolesi: di origine belga che nulla o quasi hanno a che vedere con la cultura e la realtà locale. Ma esiste una “cultura giusta” e se si quale?
Non ho risposte, ma l’unica strada possibile mi sembra quella della tolleranza e del rispetto reciproco.
“L’alfabetizzazione è un diritto umano fondamentale, è il fondamento di ogni istruzione e apprendimento permanente. Essa trasforma la vita delle persone, permettendo loro di fare scelte informate e rendendo gli individui più forti e capaci di diventare essi stessi agenti di cambiamento.” così dice nel suo discorsola Presidentessadell’UNESCO. 
Penso alle piccole-grandi trasformazioni che negli anni hanno potuto compiere le donne beneficiarie dei corsi di alfabetizzazione per adulti organizzati da AMKA nei villaggi dell’area di salute di Mabaya. Donne che non sapevano leggere, scrivere ne far di conto ed ora sono in grado di scrivere una lettera, leggere la cartella elettorale, portare avanti una piccola attività commerciale. Donne che sono diventate agenti di cambiamento per se e per la propria famiglia. Donne che sono diventate esempio e stimolo per altre donne. Donne, mogli e madri.
E non posso non pensare ai loro figli, che per poter andare a scuola devono affrontare ore di cammino con lo stomaco vuoto, che spesso abbandonano gli studi perché devono collaborare al “menage familiare” (accudire i fratellini, andare a raccogliere la legna, lavorare nel campo), che fino a quando non frequentano la 1 elementare non hanno mai avuto la possibilità di tenere fra le mani un libro, un pennarello, una matita… Penso a loro e subito torno in Italia: penso ai nostri bambini che si lamentano perché la maestra è poco coinvolgente o da troppi compiti, che in mensa sprecano tonnellate di cibo “consolandosi” con le merendine, che marinano la scuola o abbandonano gli studi perché non hanno più voglia di andare a scuola, che fin dalla più tenera età hanno fra le mani libri di stoffa, pop-up, interattivi, pennarelli, matite e quant’altro e imparano a leggere prima ancora di iniziare le elementari.
Che differenza c’è fra questi bambini? Non sono forse tutti uguali? Non rappresentano forse tutti il futuro di questo pianeta? Eppure…
Marcella

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