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Guatemala, con la voce del cuore.

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Ci sono giorni che passano lenti, vischiosi, ognuno uguale all’altro con quella sensazione addosso di star vivendo in un acquario, spesso questi giorni da eccezione si trasformano in quotidianità, credo sia il nostro male, il male del nord del mondo. Torni a casa la sera, stanco da una giornata in ufficio che alla tua vita non ha aggiunto altro che mal di schiena, vedi un amico, bevi una birra e bestemmi contro l’apatia che ti attraversa e l’impossibilità di uscirne, rincasi quasi più leggero perché almeno ne hai parlato, dormi qualche ora e la sveglia suona ancora, sempre uguale, “Struggle for pleasure” di Wim Mertens per sentirti vivo, ti alzi sperando di aprire la finestra e trovarti altrove ma quel altrove, li, non l’hai mai trovato. Fai colazione, una doccia, scegli la camicia e inizi a indossare l’abito, questa evoluta forma di schiavitù la chiamano “dress code”, prendi la cravatta e la passi intorno al collo, tutto intorno a te prende una tinta differente, rosso, verde, azzurro, poi immagini lontane, non nel tempo, ma nello spazio, quella lontananza che ti fa sentire inizialmente fuori dal mondo, almeno fuori dal mondo che hai sempre creduto essere l’unico possibile.

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